HARAKIRI FOR THE SKY – Mære

Pubblicato il 19/01/2021 da
voto
8.0
  • Band: HARAKIRI FOR THE SKY
  • Durata: 01:24:38
  • Disponibile dal: 19/02/2021
  • Etichetta:
  • Art Of Propaganda

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Sette anni fa, all’epoca di “Aokigahara”, gli Harakiri For The Sky si proposero come stella nascente di un movimento, quello post-black metal o blackgaze che dir si voglia, in fase di ascesa e dilagamento nell’audience, sulla scia dell’operato di Deafheaven e Alcest. Nel 2021, il duo austriaco è a tutti gli effetti uno dei leader di una corrente divenuta nel frattempo impetuosa, inflazionata, pervasiva per il metal estremo odierno. Come resistere in questo scenario? Come difendersi dalla concorrenza e, perché no, dal senso di nausea che l’eccessiva esposizione alle stesse sonorità può portare anche ai fan più accaniti? La risposta, se il talento compositivo non è andato scemando e la passionalità nella performance pure, è una ridisposizione gattopardesca dei topos essenziali del proprio suono, favorendo nel caso specifico di “Mære” un approccio relativamente più leggero, cristallino e live, di quanto sia lecito attendersi J.J. e M.S..
Se gli smussamenti di “III: Trauma” faticavano a imprimersi nella memoria e l’indurimento di “Arson” si teneva ancora sul versante dell’ermetismo, di un’esperienza di ascolto impegnativa, nonostante la presenza di strappi coinvolgenti e trame velenose, con questo quinto disco è palpabile una volontà di rompere presto gli indugi e di non far stare sulle spine. Un album, quindi, che ripercorre stilemi oramai classici alla luce, probabilmente, della ponderosa esperienza accumulata dal vivo. Circostanza durante la quale la formazione ha compiuto passi da gigante in questi anni, approdando nelle ultime uscite ad una compattezza d’azione ben superiore a quella dei primi tour. Parliamo allora di aggiustamenti, piccole modifiche, nel verso di una scorrevolezza che non si piega a una pericolosa semplificazione. Semmai, si riesce a mettere presto al cento un motivo melodico ben distintivo e a far risaltare la forza emotiva di alcuni andamenti, dandogli il necessario respiro, il tempo per essere compresi e digeriti, invece che procedere per brusche interruzioni e slanci in altre direzioni.
Una produzione orientata al lato rock e post-rock dell’insieme fa subito brillare i mutevoli intrecci chitarristici, con i proverbiali arpeggi malinconico-onirici ad aprire cuore e mente in un battito di ciglia. La propulsione e i saltellii del drumming di Kerim ‘Krimh’ Lechner, già autore di un’eccellente prestazione in “Arson”, aggiungono calore e spigliatezza, imprescindibili per non far affievolire nell’intellettualismo una proposta che fa del bilanciamento tra crudezza e indulgente autolesionismo emotivo una delle sue architravi. Se in passato ci succedeva di considerare il disco nella sua interezza, e di valutarlo nell’insieme prescindendo un po’ dalle caratteristiche dei singoli episodi, in “Mære” il vertiginoso avvicendarsi di rabbia, tristezza, nostalgia e abbattimento vede comparire, a seconda dei casi, sezioni particolarmente distintive. A cominciare, se proprio servisse un punto di partenza, dalla breve ma intensissima ospitata alla voce di Neige degli Alcest durante “Sing For The Damage We’ve Done”. Per proseguire con le distensive note di pianoforte di “I, Pallbearer”, il rincorrersi quasi trionfale delle melodie di “Three Empty Words”. O ancora, il balzellare rockeggiante di “Silver Needle // Golden Dawn”, le dorature armoniche “Us Against December Skies”, la trasmutazione in un brano ‘proprio’ della cover dei Placebo “Song To Say Goodbye”.
Gli attacchi insieme vibranti, ariosi e travolgenti si dispiegano in agilità, inframmezzati da cadenze spiccatamente rock, qualcosa da sempre presente nel DNA della band, solo che stavolta il tempo che gli viene concesso, lo spazio per farsi apprezzare, è più lungo e vi è meno ansia di ripartire e complicarsi la vita. La fiumana lirica di J.J., anche stavolta sprezzante nel non voler inserire alcun tipo di refrain e prestare il fianco alla circolarità delle strutture, pare a sua volta rispondere, nella metrica, alla necessità di immediatezza, allo squarciare l’anima senza dover carpire ogni sfumatura delle dolenti lyrics. Si conferma infine l’abilità nell’irradiare una speciale energia, nei contrappesi tra sconforto e rabbiosa reazione, sfruttando i piccoli scampoli di pausa per alimentare reazioni disperate, cavalcate con impeto e dinamismo. Nonostante la numerosità sterminata di realtà affini a loro, gli Harakiri For The Sky mettono sul piatto una delle loro migliori uscite, che crediamo possa tenerli ben alti nell’apprezzamento da parte di vecchi e nuovi fan.

 

TRACKLIST

  1. I, Pallbearer
  2. Sing For The Damage We've Done
  3. Us Against December Skies
  4. I'm All About The Dusk
  5. Three Empty Words
  6. Once Upon A Winter
  7. And Oceans Between Us
  8. Silver Needle // Golden Dawn
  9. Time Is A Ghost
  10. Song To Say Goodbye
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