7.0
- Band: HEAVATAR
- Durata: 00:58:56
- Disponibile dal: 16/02/2018
- Etichetta:
- earMusic
- Distributore: Edel
Continua il viaggio tra musica classica e metal proposto dagli Heavatar. Dopo l’ottimo esordio proseguono con la loro formula che miscela componimenti di autori della portata di Chopin, Beethoven e Puccini col power metal in maniera fresca e vivace. L’ascoltatore non verrà mai assalito da magniloquenti orchestrazioni o ricerche di vezzi artistici, anzi: il disco scivolerà via veloce, con leggerezza. Rispetto al predecessore qui i rimandi classici, salvo un paio di casi, sono meglio celati all’interno dei brani e rendono l’opera ancora più coerente e convincente. La qualità della proposta non sta solo nell’esecuzione e nella buona produzione. La vera chiave sta nell’equilibrio trovato dalla band nel far convivere tracce che premono sull’acceleratore, come “Into Doom” e “None Shall Sleep”, con altre dove troviamo delle dinamiche molto più vicine ad un hard rock richiamante gli eighties come ad esempio “Purpose Of A Virgin Mind” o la super catchy “Hijacked By Unicorns”. A farla da padrone, però, è indubbiamente la suite divisa in quattro parti. Qui viene dimostrata tutta l’abilità compositiva di Schmidt e soci. “A Broken Taboo” fa da introduzione al brano ed è un ottima miscela di ritmiche midtempo e ritornelli orecchiabili che invitano alla seguente “An Awakening” caratterizzata da un sound più fiabesco ed avventuroso, stile Avantasia di “Farewell”. Ci discostiamo, per un attimo, da questo tipo di sonorità per inoltrarci in cadenze più serrate per la terza parte. “A Battle Against All Hope” brano bello tirato dalle tonalità più scure e aggressive in cui anche Jörg Michael può, finalmente, martellare un po’. La chiusura del lungo brano è affidata ad “A Look Inside” in cui si torna al tema principale della composizione ed al ritornello sui ritmi della prima parte. La struttura della suite rispecchia appieno la dinamica equilibrata dell’album trovando la giusta mescolanza tra le sfavillanti melodie vocali, i raffinati lavori di chitarra e la compattezza della sezione ritmica che rendono l’opera perfetta per i fruitori del genere; specie quelli a cui manca un po’ l’approccio neoclassico. Da sottolineare la prova di Stefan Schmidt al microfono in grado di passare dalle parti in growl della titletrack agli acuti potenti e brillanti della cover proposta di “Metal Daze” dei Manowar. L’unico vero difetto della release, come per il suo predecessore, sta nel fatto che la facilità d’ascolto e la velocità con cui ci si riesce ad immergere nei brani porta ad una rapida perdita di fascino. Troppo presto non ci rimane che da cogliere le citazioni, o gli spunti presi, degli autori classici. In sostanza questo lavoro pare essere uno di quei dischi che una volta assimilati si tende ad accantonare, magari per molto tempo, ma non appena ci tornerà tra le mani darà le stesse emozioni e il medesimo coinvolgimento che ne hanno caratterizzato il primo ascolto.
