HEAVENS GATE – Planet E.

Pubblicato il 11/03/2026 da
voto
8.5
  • Band: HEAVENS GATE
  • Durata: 00:51:49
  • Disponibile dal: 11/11/1996
  • Etichetta:
  • Steamhammer Records

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Il nome di Sascha Paeth non ha certo bisogno di presentazioni, specialmente in ambito metal, dato che parliamo di uno dei produttori più noti ed affermati, nonché chitarrista session o guest in moltissimi dischi. Probabilmente non si può dire, però, lo stesso per la band che lo ha lanciato, ovvero gli Heavens Gate, oggi pressoché dimenticata da molti, nonostante sia stata uno dei più grossi nomi del power metal tedesco a livello internazionale. Anzi, possiamo dire che Paeth e compagni hanno dato un contributo notevole alla sua formazione, influendo pesantemente sulle miriadi di band che sbucheranno fuori alcuni anni dopo, in seguito all’esplosione del power in Europa.

Il primo nucleo della band risale ai primi anni ’80 come String Eyes, poi mutato in Steeltower (già in questo moniker vi ritroviamo il cantante Thomas Rettke, il chitarrista Bonny Bilski e il batterista Thorsten Müller), poi ancora in Carrion (qui si aggiunge il bassista Manni Jordan), per arrivare nel 1987, proprio con l’ingresso in line-up di Sascha Paeth, al nome di Heavens Gate. Spesso si è discusso del fatto che sia probabilmente sgrammaticato, perché la forma corretta sarebbe “Heaven’s Gate”, e tanti – in effetti – lo scrivono erroneamente (e forse anche inconsapevolmente) così; ma di fatto il moniker scelto è stato proprio questo.

Il primo full-length degli Heavens Gate è “In Control” del 1989, ma a nostro avviso il loro primo capolavoro è “Livin’ In Hysteria”, pubblicato nel 1991, dove la band presenta un power metal veloce e diretto, che nulla ha da invidiare agli album ritenuti capolavori del genere. Con questo disco e il successivo “Hell For Sale!”, il quintetto ottiene un notevole successo anche all’estero, specialmente in Giappone, tanto da far seguire un live registrato in terra nipponica, dal titolo “Live For Sale!”. Soprattutto, però, Paeth e soci si guadagnano la fama di essere un gruppo tra i principali esponenti della scena power teutonica, andando ad affiancare nomi del calibro di Helloween, Gamma Ray, Rage, Running Wild e Grave Digger, caratterizzandosi per un power veloce e dalla forte componente melodica, spesso anche ironico, ma che punta comunque su riff potenti, assoli tecnici e una ritmica dirompente.

Questi album, prodotti da un esperto del settore come Charlie Bauerfeind, si inserivano molto bene in questo filone che potremmo definire ‘classico’ del power metal tedesco. Con l’album “Planet E.”, invece, pubblicato nel 1996, ci sono alcune novità significative, e gli Heavens Gate, sotto certi aspetti, compiono un ulteriore salto di qualità.
Innanzitutto, per la prima volta, un loro album viene interamente prodotto, mixato e masterizzato dalla coppia Sascha Paeth-Miro (alias Michael Rodenberg), avviando una collaborazione che di fatto farà storia. Questa produzione, come vedremo, caratterizzerà alcuni elementi che poi diverranno quasi una costante in tanti album da loro successivamente prodotti e che intanto gioveranno alla buona riuscita del disco.
Un altro aspetto importante è che al basso viene reclutato Robert Hunecke che, sposatosi con la cantante di origine italiana Cinzia Rizzo (la quale aveva già collaborato in precedenti album degli Heavens Gate), scelse di aggiungere il cognome della moglie al proprio, diventando così Robert Hunecke-Rizzo: questi ha contribuito in maniera fondamentale non solo ai cori, ma anche al songwriting, apportando però un approccio un po’ più vario rispetto al loro tipico power/speed.

Il titolo, “Planet E.” (dove la “E” sta per “Earth”), è un disco che evoca temi e preoccupazioni ambientaliste, che fanno capolino in diverse tracce, pur non trattandosi propriamente di un concept. La tracklist parte con un brano veloce e piuttosto classico come “Terminated World”, per poi passare proprio a “Planet Earth”, un pezzo già decisamente più particolare che, pur mantenendo una struttura power, presenta altresì venature prog, interessanti inserti folk e assoli di violino dal sapore gitano: si parte da una voce quasi disperata per passare a ritmi veloci, con un intermezzo strumentale davvero notevole. “Back From The Dawn” si apre con un bellissimo giro di basso, per poi passare a un approccio più tendente all’heavy metal. Si torna ancora a un brano ultraveloce, con tanto di doppia cassa martellante, con la successiva “On The Edge”, pezzo trascinante dove Rettke si mantiene su tonalità piuttosto basse e grintose. Si cambia invece totalmente registro con “The Children Play”, una dolce ballata delicata, interpretata da voce, archi e chitarre arpeggiate. “Rebel Yell” riporta la rotta su sonorità decisamente più dure, ancora una volta più tendenti all’heavy, caratterizzandosi per qualche cambio tematico.

A seguire, “Black Religion” parte con una lunga intro orientaleggiante, nella quale si può apprezzare il timbro di strumenti tipici della tradizione indiana, per poi esplodere in un trascinante power melodico, dando vita a un brano efficace e di rara intensità, che si apre poi a splendidi cori che duettano con Rettke e che strizza l’occhio al progressive. Ritroviamo a questo punto la prima cover dell’album, una canzone un po’ inaspettata, per la verità, come “Animal”, pubblicata nella versione originale nel 1984 dalla cantante canadese Lisa DalBello: un brano di tipico pop rock ottantiano che, per quanto sia stata personalizzata dagli Heavens Gate, obiettivamente non s’incastra molto bene con il resto della tracklist. Pazienza, però, perché arriva finalmente il capolavoro del disco, ovvero “Noah’s Dream”, una lunga traccia di circa dieci minuti di durata, ispirata alla storia di Noè e della sua celebre arca. Il brano viene introdotto da una parte cantata a cappella da Rettke, per poi spaziare su diversi temi, con parti veloci e potenti, inserti di cori epici e melodie mozzafiato.
Un’autentica gemma, espressione più sublime delle grandi capacità della band e delle rinnovate potenzialità espressive di questa line-up e di questo staff. In chiusura ritroviamo un’altra cover, “This Town Ain’t Big Enough For Both Of Us” degli Sparks, che stavolta ha però l’intento di essere un brano divertente e scanzonato (un po’ com’era avvenuto su “Hell For Sale!” con la conclusiva “Always Look On The Bright Side Of Life”), che dà ancora una volta prova della versatilità di Rettke.

Il cantante, in effetti, appare decisamente in forma: la sua voce è quanto mai espressiva, aggressiva nelle parti veloci, suadente in quelle più delicate. D’altronde parliamo di un performer straordinario, dotato di una voce molto alta, ma che è abile a cantare con registri e tonalità molto diverse. Anche l’uso dei cori, adoperato in maniera sapiente, contribuisce non poco a impreziosire le parti vocali. Non è da meno, tuttavia, la prestazione degli altri componenti della band, ed in particolare è senz’altro ottimo il lavoro dei due chitarristi, sorretti da una solida sezione ritmica, in grado di suonare in maniera molto veloce, ma tecnicamente preparata per affrontare qualsiasi situazione sia richiesta dal contesto del brano.

Un disco, dunque, ben fatto, realizzato sotto la sapiente regia di Sascha Paeth, che riesce a raggiungere un perfetto equilibrio tra serietà ed ironia, tra tradizione ed innovazione, tra perizia tecnica e semplicità.
Dopo quest’album, Sascha Paeth sarà sempre più impegnato nell’attività di produttore, mettendo un po’ da parte la band: ci sarà ancora un full-length, “Menergy”, nel 1999, che però a nostro avviso risulta davvero poco convincente e rappresenta il loro canto del cigno. Paeth, a quel punto, si concentrerà definitivamente sulla produzione, collaborando con un numero impressionante di band: citiamo tra i tantissimi con cui ha lavorato nel corso della sua carriera Angra, Rhapsody, Kamelot, Epica, After Forever e Avantasia, segnando con la propria impronta di fatto un’intera epoca del power metal, quasi sempre insieme al fidato Miro.

Particolare è il fatto che, quando bisognava aggiungere qualcosa in tutti questi dischi e c’era magari anche poco tempo, il buon Sascha si ricordava dei suoi ex compagni di band; spesso capita così di imbattersi nei nomi di Robert Hunecke-Rizzo (che alla fine non è solo un bassista, bensì un autentico cantante e polistrumentista) o di Thomas Rettke, se si va a spulciare tra i credits di tanti album. Diciamo anzi che c’era un vero e proprio entourage di musicisti e cantanti a cui uno spazietto veniva ritagliato sempre, e che includeva anche Cinzia Rizzo e Tatjana Bloch (entrambe coriste su “Planet E.”), che poi con il tempo ovviamente è cambiato e si è ampliato.
Citiamo, ad esempio, la presenza di Robert Hunecke-Rizzo nel progetto Aina, dove suona praticamente tutto, ma anche con Luca Turilli (principalmente come batterista) nei Virgo, dove Paeth ha collaborato in maniera diretta con Andrè Matos; ma ci sono sue comparsate anche in dischi solisti dello stesso Matos, con Avantasia, Kamelot, Lunatica e Rhapsody Of Fire. Rettke compare pure in tanti dischi, ad esempio di Edguy, Kamelot, Luca Turilli, Rhapsody Of Fire, Sinbreed, Viper, Mob Rules, Running Wild e chi più ne ha più ne metta.
Dopo lo scioglimento, invece, si perderanno di fatto le tracce dell’altro chitarrista Bonny Bilski e del batterista Thorsten Müller, mentre il primo bassista, Manni Jordan, è scomparso prematuramente nel 2023. Sascha Paeth, comunque, non ha mai del tutto abbandonato il ruolo di musicista e, al di là di un album quasi isolato come Sascha Paeth’s Master Of Ceremony, affianca attualmente in maniera stabile Tobias Sammett dal vivo con gli Avantasia; ma in qualche modo lo avevamo visto anche in tanti altri progetti: abbiamo citato già i Virgo, ma potremmo menzionare pure il suo ruolo di bassista negli album solisti di Luca Turilli, oltre a chitarre aggiuntive, assoli e tastiere in miriadi di album da lui prodotti.

Insomma, risulta evidente come l’influenza di Sascha Paeth e degli Heavens Gate nel power (e non solo) sia stata davvero importante, ben oltre quanto si potrebbe immaginare. Una band dunque da non dimenticare, e va anzi evidenziato che nel 2025 proprio la line-up di “Planet E.” si è ritrovata per la prima volta dopo tanti anni su un palco, quello del Rock Hard Festival di Atene, aprendo spiragli, prima o poi, per una potenziale reunion a tutti gli effetti.

TRACKLIST

  1. Terminated World
  2. Planet Earth
  3. Back From The Dawn
  4. On The Edge
  5. The Children Play
  6. Rebel Yell
  7. Black Religion
  8. Animal (Lisa Dalbello cover)
  9. Noah's Dream
  10. This Town Ain't Big Enough For Both Of Us (Sparks cover)
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