8.0
- Band: HEAVING EARTH
- Durata: 00:49:25
- Disponibile dal: 27/05/2022
- Etichetta:
- Lavadome Productions
Abbiamo ormai capito che l’uscita di un nuovo album degli Heaving Earth sia da vedere come un evento, quantomeno se si è tra coloro che seguono con passione il circuito death metal underground. In quindici anni di carriera, la band di Praga ha infatti confezionato soltanto tre full-length, compreso questo nuovo “Darkness of God”, successore del mostruoso “Denouncing the Holy Throne”, pubblicato nel sempre più lontano 2015. Il gruppo ha insomma impiegato ben sette anni per dare alle stampe la sua terza prova sulla lunga distanza: tempistiche che indicano inequivocabilmente grande attenzione per il songwriting, oltre al desiderio di non ripetersi. Non che la nuova opera faccia registrare un totale cambio di rotta rispetto ai lavori precedenti, tuttavia basterà meno di un ascolto completo per rendersi conto dell’evoluzione di cui si è reso protagonista il gruppo guidato dal chitarrista Tomáš Halama. Sembra non esserci fine al moto di ricerca degli Heaving Earth: anzi, potremmo affermare che “Darkness…” confermi come la ricerca sia tra le principali aspirazioni di questa realtà, da sempre impegnata nell’allargare i confini del proprio death metal. Se “Denouncing…” aveva spinto parecchio su un suono saturo, spigoloso e imponente, evocando subito paragoni con gli Immolation più maestosi, con questo nuovo album la band – qui aiutata da Giulio Galati (Hideous Divinity, Nero Di Marte) per le parti di batteria – architetta un’emanazione ininterrotta di sonorità più sfuggenti e avantgarde, su una tracklist in liquida e languida distensione; quasi un mantra musicale che parte dalla basi per cui gli Heaving Earth erano noti, per poi abbracciare e inglobare dissonanze e strutture di più ampio respiro. Death metal per paesaggi interiori, certo simile per alcuni aspetti alla formula di ultimi Gorguts e Ulcerate (e dei loro numerosi discepoli), ma dal taglio ulteriormente meditativo in alcuni episodi, nei quali i tempi rallentano e le linee di chitarra si fanno più evocative e immaginifiche. Tracce come “Crossing the Great Divide (Prayer to a Crumbling Shrine)” o “Cardinal Sin” in tal senso parlano chiaro: non si tratta più di aggredire, ma di condurre in un cupo e allucinato viaggio, creando un affascinante ondeggiamento fra richiami ancestrali e volute spaziali. Con questo suono rinnovato, la band ceca intende procedere facendosi largo verso i meandri della psiche, e l’esplorazione vale il prezzo del biglietto: le lunghe aperture strumentali e le liquide trasparenze di brani come quelli succitati si fanno presto segnalare per la loro spiccata emotività. Una corsa calma, controllata, di quelle che fanno godere il paesaggio senza bisogno di troppe scosse adrenaliniche. Colpisce molto la padronanza con cui gli Heaving Earth maneggiano queste sonorità, così come l’abilità nel contaminarle con rimandi all’impostazione di una volta: gli assoli di chitarra, ad esempio, continuano a risultare pieni di brio e musicalità anche all’interno di questo contesto maggiormente enigmatico.
Si tratta davvero di un sound avvolgente, a tratti persino cullante, che gioca tanto con sentori astratti quanto con rimandi vecchia scuola quasi impercettibili, il tutto per tessere una storia in grado di svelare nuovi particolari ad ogni fruizione e insinuarsi sempre più in un profondo interiore.
