8.0
- Band: HEDONIST
- Durata: 00:36:01
- Disponibile dal: 01/08/2025
- Etichetta:
- Southern Lord
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Quattro anni fa bastò un demo per accendere l’interesse attorno agli Hedonist: un piccolo gioiello, grezzo e diretto, che lasciava intuire come il gruppo canadese avesse le idee chiarissime. Oggi quella promessa prende corpo in “Scapulimancy”, primo full-length che non solo mantiene le aspettative, ma le consolida con una sicurezza sorprendente.
A suggellare il tutto è arrivato anche il supporto di Southern Lord, un marchio che non si spreca facilmente e che qui ha visto giusto: gli Hedonist hanno davvero qualcosa da dire nel campo del moderno old school death metal.
Il gruppo nasce da un retroterra e da un collettivo di musicisti strettamente imparentato con gli Iskra – acclamato gruppo di estrazione anarco-crust cimentatosi con del furente black metal nel corso della sua carriera – e il legame con questi ultimi non è solo biografico, ma anche attitudinale: lo spirito punk rimane saldo alla base, e si riflette nell’approccio senza fronzoli, nell’urgenza con cui i brani vengono scaraventati fuori.
È lo stesso atteggiamento che, a suo tempo, aveva reso i Bolt Thrower una voce unica, capace di saldare l’intransigenza del crust-punk più oltranzista con la pesantezza marziale del death metal.
Gli Hedonist riprendono quella lezione con rispetto, citando tanto le furie primitive di “In Battle There Is No Law” quanto le derive più solenni e avvolgenti degli anni successivi. Quando la chitarra solista si concede spazi di respiro, sembra infatti quasi di risentire lo stile di Baz Thompson: linee essenziali, epiche nella loro semplicità, che emergono come lampi dentro al magma sonoro (vedi “Engines of War”).
Ma il disco non si limita a replicare soltanto vecchi modelli: a renderlo veramente vitale è il continuo alternarsi tra sezioni telluriche e momenti più rapidi, quasi (crust) hardcore o persino thrash, i quali spezzano i tempi e imprimono ulteriore energia. È proprio questo mix a collocare gli Hedonist vicini pure a realtà nordamericane affini come primi Acephalix e Necrot, altre formazioni che hanno saputo maneggiare il linguaggio della tradizione con intelligenza e freschezza. Il riffing, pur mantenendosi essenziale, riesce a risultare incisivo e sorprendentemente comunicativo: un equilibrio difficile da raggiungere, che testimonia una certa maturità compositiva già al primo album.
A tutto ciò si aggiunge la prestazione di AJ, bassista e voce della band, vero fulcro espressivo del disco: il suo growl cavernoso sostiene la componente più classicamente death metal, ma quando si lascia andare a urla più stridule e disperate – quasi un richiamo spettrale, paragonabile al grido dei Nazgûl – l’effetto è straniante e insieme galvanizzante, contribuendo a marcare l’identità della formazione, un po’ come succede in casa Vastum.
La produzione, curata senza eccessi, restituisce infine con chiarezza la potenza del suono e al tempo stesso lascia spazio alla ruvidità naturale degli strumenti: non si percepisce alcuna patina artificiosa, ma piuttosto una resa organica, coerente con l’attitudine del gruppo.
“Scapulimancy” non era un disco particolarmente atteso, se non da una ristretta cerchia di appassionati che avevano fiutato il potenziale già col demo. Proprio per questo sorprende ancora di più: perché arriva senza clamori e si impone con naturalezza, come un album che funziona al primo ascolto e non perde smalto nei successivi. È il classico lavoro che d’estate si finisce per ascoltare a ripetizione, pregustando già quanto devastante potrà essere dal vivo.
La forza di “Scapulimancy”, insomma, sta proprio nella sua spontaneità: non è un disco costruito a tavolino, ma il frutto di un’urgenza autentica, che si avverte in ogni riff e in ogni cambio di tempo. È musica che non cerca scorciatoie e che vive di un istinto saldo e contagioso, sottolineato da dinamiche sempre ispirate.
Gli Hedonist si muovono in definitiva dentro coordinate note, eppure riescono a renderle vive e pulsanti, come se quelle formule antiche avessero ancora molto da dire, per un debutto che a conti fatti convince perché sembra nato di slancio, senza calcoli, e che per questo rimane addosso ben più a lungo del previsto.
