HELHEIM – raunijaR

Pubblicato il 27/01/2016 da
voto
7.5
  • Band: HELHEIM
  • Durata: 00:41:30
  • Disponibile dal: 04/12/2015
  • Etichetta:
  • Dark Essence Records

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Il cuore del viking metal vecchio stampo batte forte nei solchi di “raunijaR”, ottavo studio album dei norvegesi Helheim. Direttamente da Bergen, uno dei centri nevralgici per la nascita e lo sviluppo del black metal, i quattro nordici si connotano per una forte aderenza ai dettami del brutale metallo epico promulgato alle origini, al quale hanno progressivamente apportato una serie di smussamenti e ingentilimenti, frutto del bagaglio esperienziale accumulato negli anni. Stretti attorno allo storico trio Hrymr-Vgandr-Hgrimnir, che tra alterne fortune ha traghettato gli Helheim dal 1992 ad oggi, la band ha optato per una formula di ancor più ampio respiro rispetto al recente passato, rappresentato da “Heiðindómr ok mótgangr” del 2011. Soltanto cinque le tracce dell’ultimo full-length, disposte in un ordine nient’affatto casuale: non conosciamo esattamente la natura dei testi in lingua norvegese, intuiamo però che il gruppo intenda farci compiere un percorso di ascesa, ispirato da antichi poemi scaldici e dal vasto patrimonio culturale dell’epica norrena. Il retaggio folk ha il sopravvento nello sciacquio di chitarre acustiche di “Helheim 9”, dove l’elettricità è quasi assente e le clean vocals si adagiano su registri confidenziali. Il racconto prende una piega nostalgica, la rimembranza inonda i sensi di una malinconia latente, attraente invece che oppressiva. Percepiamo nei suoni un’aspra purezza novantiana, si potrebbe credere che le canzoni siano state registrate in presa diretta, aggiungendo qualcosa in un secondo tempo solo per alcuni particolari arrangiamenti. La calma ascetica del pezzo di apertura si interrompe quando si passa all’episodio più black metal dell’album, “Raunijar”. Qua gli Helheim conducono un’incursione coraggiosa in territorio nemico come usavano fare i propri antenati, ponendo in contrasto l’aspra elettricità di ritmiche primordiali a piccoli interventi acustici, mentre un corno vibrante richiama gli ardori e le fatiche della vita al tempo dei barbari, guerrieri perennemente in bilico fra la possibilità di conquistare nuove terre e bottini, oppure morire crudelmente per mano altrui. Per quanto riuscita,  “Raunijar” dimostra qualche debolezza a causa della monotematicità della batteria e per l’assenza di un basso che possa compensare la sottigliezza delle chitarre. Poco male, perché a questo punto arrivano terza e quarta parte della suite “Åsgards Fall” (le prime due erano state pubblicate nell’ep “Åsgårds Fall” del 2010). “Åsgards Fall III” richiama magnificamente una “Shores In Flames” di bathoryana memoria, partendo da un segmento sospeso fra acustiche cristalline e la circolarità di riff che, nell’accumulo di energia e nel fragore con cui si abbattono sull’ascoltatore, ricordano l’infrangersi delle onde su una scogliera, mentre attorno il clangore della battaglia infuria selvaggio. I cori, la voce principale e la solennità dei tamburi mirano ad assestare colpi definitivi, ognuno in grado di farci vacillare dall’emozione, sferrandoci addosso un metal antico che nella sua semplicità concentra storie, passioni, azioni e pensieri racchiudenti tutta la storia vichinga. I cambi di velocità nel centro, sferzati da uno screaming rauco, ferito ma ancora battagliero, spezzano il ritmo ma non cambiano il tono di una composizione che vive di sottigliezze, toccanti induzioni a dipingere nella mente scenari d’altri tempi. “Åsgards Fall IV” aumenta l’ampiezza e il volume delle chitarre, il suono diventa più pulito e l’incedere scalpitante denota il raggiungimento di un potente climax sensoriale. Il cuore di mille soldati batte all’unisono col nostro, il raggiungimento di Asgard, immaginifica dimora degli Dei, viene anelato senza poter essere compiuto: e percepiamo nella coralità intristita questo sentimento struggente, il suono si increspa, si screpola come se esso stesso fosse corroso dal freddo eterno. Riverberi, echi, graffi di chitarre tremolanti, infervorate da corni altisonanti, conducono all’apoteosi di “Odr”, quando il tappeto vocale assume un’ammaliante connotazione onirica e la fine della vita terrena apre le porte a un Aldilà incantato. Notevole il modo in cui i violini emergono nel finale dal caos di armonie, brevi fasi soliste ed effetti d’ambiente, in un latrato metallico che suona quasi da lamento funebre. Fa piacere che in questa modernità rutilante che ci circonda e stordisce ci siano ancora personaggi  come gli Helheim, capaci di forgiare un suono così orgogliosamente fuori dal tempo, che si riconnette a un universo emotivo semplice, vero, legato a una cultura custodita gelosamente affinché il futuro ne contenga ancora la memoria. Grande ritorno sulle scene per i viking metaller nordici.

TRACKLIST

  1. Helheim 9
  2. Raunijar
  3. Åsgards fall III
  4. Åsgards fall IV
  5. Odr
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