HELLOWEEN – Better Than Raw

Pubblicato il 21/10/2010 da
voto
8.0
  • Band: HELLOWEEN
  • Durata: 00:59:43
  • Disponibile dal: //1998
  • Etichetta: Sanctuary Records
  • Distributore:

Dopo aver contribuito, sul finire degli anni ’80, a scrivere la storia del Power Metal grazie ai due "Keeper of the Seven Keys", agli inizi degli anni ’90 gli Helloween, nel frattempo separatesi dal fondatore Kai Hansen, si trovano a vivere il punto più basso della loro carriera: il contratto con la EMI porta con sé due album scialbi come "Pink Bubbles Go Ape" e "Chameleon", mentre i dissapori stilistici all’interno della band fanno segnare l’abbandono di Michael Kiske, ormai avulso al metal. Reclutato Andi Deris dei Pink Cream 69, le zucche di Amburgo iniziano a risalire la china con il discreto "The Time Of The Oath", nuovamente in linea con le sonorità power degli esordi, per poi riconquistare definitivamente il trono nel 1997 con "Better Than Raw", album ancora oggi da annoverare tra i migliori lavori dell’era post Kiske. Il disco si presenta sotto un’ottima forma a partire dal divertente cover artwork e dall’opener "Deliberately Limited Preliminary Prelude Period In Z", lunga intro sinfonica che, in un forsennato climax strumentale, funge da antipasto al primo piatto forte dell’album, la rocciosa "Push". Ancora oggi da annoverare tra gli episodi più tirati nella storia degli Helloween, la seconda traccia irrompe nelle orecchie dell’ascoltatore con la potenza di un martello pneumatico, spazzando via un decennio di stenti sotto le mitragliate della batteria di Uli Kusch, le chitarre mai così affilate della premiata coppia Weikath/Grapow e le linee vocali di un Deris stridente ma perfettamente a proprio agio: semplicemente, una canzone destinata a restare negli annali delle zucche. Un po’ più anonima, ma comunque efficace nel perpetrare la tradizione dell’happy power metal di cui Weikath è maestro indiscusso, la successiva "Falling Higher", così come divertente è lo scanzonato mid-tempo "Hey Lord!", pezzo quasi hard-rock in cui spiccano le linee vocali di Deris e il basso di Grosskopf. Nemmeno il tempo di accennare uno sbadiglio con "Don’t Spit on My Mind", che è già tempo di sollevare entrambe i sopraccigli di fronte a "Revelation". Uli Kusch, dopo "Push", sale ancora in cattedra e ci regala il secondo highlight dell’album, una suite granitica nei cui otto minuti le due asce si sfidano in una lotta infinita di riff e assoli, mettendo in mostra una coesione che non si sentiva dai tempi dei due Keepers. A smorzare la tensione ci pensa "Time", classica ballad scandita dal ticchettio degli orologi e dalle linee vocali di un istrionico Andi, ma la tregua dura solo un attimo, perchè la ripartenza affidata ad "I Can" riporta subito il contagiri sopra il livello di guardia: intreccio esaltante tra le due chitarre, batteria in crescendo e ritornello irresistibile sono gli ingredienti vincenti del primo capolavoro dell’album firmato dal plettro di Weikath. L’alternanza tra atmosfere oscure e melodie più ariose prosegue nel finale, grazie all’accoppiata rappresentata da "A Handful of Pain", roccioso mid-tempo caratterizzato dalle linee di basso di Grosskopf e dal roco cantato del biondo singer, e "Laudate Dominum", classica cavalcata power in doppia cassa contraddistinta dalle intricate partiture delle due asce e da un testo completamente in latino. La chiusura in bellezza affidata a "Midnight Sun", dove ancora una volta le chitarre di Weikath e Grapow si rincorrono in una sfida da veri shredder, suggella nel migliore dei modi il ritorno delle zucche di Amburgo ai fasti del decennio precedente e getta i semi poi germogliati nell’ancora più oscuro "The Dark Ride", costato il licenziamento ai futuri fondatori dei Masterplan. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia…

TRACKLIST

  1. Deliberately Limited Preliminary Prelude Period In Z
  2. Push
  3. Falling Higher
  4. Hey Lord!
  5. Don't Spit on My Mind
  6. Revelation
  7. Time
  8. I Can
  9. A Handful of Pain
  10. Lavdate Dominvm
  11. Midnight Sun
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