7.0
- Band: HEXVESSEL
- Durata: 00:41:44
- Disponibile dal: 22/09/2023
- Etichetta:
- Svart Records
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Dopo “Kindred” del 2020, Mat “Kvohst” McNerney (ex Dødheimsgard, ora con Beastmilk/Grave Pleasures) ritorna con un nuovo capitolo dei suoi Hexvessel, progetto personale che gli ha sempre permesso di spostarsi fra vari generi con una certa disinvoltura. Chi scrive ha apprezzato gli esordi e la prima parte di carriera dedicate al folk, mentre ha digerito con più difficoltà l’aspetto più retro-rock e progressivo, trovandolo un po’ autoindulgente. Ci siamo avvicinati quindi un po’ cautamente e, bisogna dirlo, siamo rimasti sorpresi. In positivo, sicuramente, ma anche genuinamente sorpresi, visto che “Polar Veil” è un disco dalla direzione inedita. Senza dilungarci troppo, possiamo dire che il buon Mat ha seriamente cambiato rotta e questa sesta uscita a nome Hexvessel è radicata profondamente nel black metal, nell’avantgarde e nel doom, sia metal che rock.
Sin dall’apertura di “The Tundra Is Awake”, si respira un’aria decisamente nordica e le suggestioni britanniche del passato (sia in senso prog che in quello folk) sono molto lontane: qui a farla da padroni sono gli Enslaved dell’ultima manciata di album e dei Borknagar vecchia scuola. Subito dopo, arriva “Older Than The Gods” ed è evidentissimo come la marcia epica in odor di doom – una creazione splendida – abbia una propria ascendenza spirituale in Candlemass, Isole o Bathory. Non è un episodio unico: le stesse vibrazioni, ancor più sabbathiane, le ritroviamo infatti più avanti, in “Crepuscular Creatures”, la più tetra di tutte. Se volete invece ascoltare propriamente del black metal, strumentalmente parlando, la prima parte di “Eternal Meadow” o la conclusiva “Homeward Polar Spirit” dovrebbero soddisfarvi.
Lo spirito degli Hexvessel è sempre lo stesso, quindi, riflessivo, filosofico e malinconico, ma si materializza musicalmente in due volti differenti su “Polar Veil”: uno rallentato e sofferto in contrapposizione ad uno più metallico e dalle velocità sostenute. Ma non temete: questo nuovo lavoro, secondo dal ritorno su Svart dopo la parentesi su Century Media, ottiene come sempre coesione dalla voce – bellissima ed evocativa – di Mat, che con la sua declamazione teatrale porta avanti quanto di meglio è stato detto e fatto nel tempo da Ved Buens Ende, Virus, Dødheimsgard e anche dagli Ulver, quando hanno ancora voglia di comporre canzoni a base rock.
Capiamoci, “Polar Veil” non è un disco straordinario, perché da un punto di vista dell’originalità si mostra figlio di una tradizione metal ben chiara, ma è oggettivamente ben scritto, ben suonato ed è riuscito a trasmetterci immediatamente un amore evidente per la natura e l’introspezione. Perciò, per ora secondo noi è possibile fare anche un po’ a meno della spiccata ricerca musicale a cui Kvohst ci ha abituato – e anche delle notturne ballate acustiche del passato – per goderci un bel prodotto di metal non troppo estremo immediatamente fruibile.
