7.0
- Band: HIEMS
- Durata: 00:53:45
- Disponibile dal: 08/09/2023
- Etichetta:
- Agonia Records
Spotify:
Apple Music:
Quattordici anni dopo la sua seconda fatica discografica, Alessandro “Algol” Comerio torna tra noi con gli Hiems, probabilmente il progetto più personale della sua lunga e apprezzata carriera.
Certo, riflessioni come quella sopra possono risultare opinabili, ma se si osserva la continuità rispetto ai due dischi precedenti, e al tempo stesso la distanza dagli altri numerosi gruppi in cui Algol è o è stato coinvolto, oltre ovviamente alla conformazione come one man band, beh, è facile pensare che la direzione musicale di questa band sia la piena espressione della sua dimensione più profonda. Una dimensione che, non a caso, guarda oltre gli stretti confini del black metal duro e puro, con non poche sferzate in ambito thrash – per esempio negli eccellenti assoli di chitarra dal gusto retro; ma che mostra in generale una bella e solida sintesi tra un approccio compositivo ‘classico’ – sia in termini di puro heavy metal, che di albori dell’estremo – e un’attenzione progressiva, nel più corretto significato di sperimentale.
In questa misura, se proprio dovessimo citare un riferimento rispetto alle esperienze passate di Algol, possono forse essere sottolineate le influenze degli anni trascorsi al fianco di Tom G. Warrior nei Triumph Of Death: questo non solo per l’”UH!” che apre vocalmente il disco, ma anche per la capacità di offrire oscurità sulfurea senza ritmiche estenuanti, anzi dando il meglio di sé nei numerosi midtempo: “March”, oppure lo stralunato finale di “The Rites Of Terror”. Ancora, “Bereveament” sorpassa agevolmente i confini del goth, mentre la conclusiva “Quietus” è un discreto trip su coordinate dark e space, a dimostrazione di un’attitudine senza troppi paletti. E del resto, nei brani più ‘quadrati’, l’unica band a cui ci sentiamo di accostare “Stranger In A Wasteland” sono i Satyricon del periodo “Volcano”/”Now, Diabolical”: brani secchi, freddi, eppure esaltanti e scolpiti nel tempo nonostante un approccio moderno.
Rispetto al precedente “Worship Or Die”, l’atmosfera generale del disco può apparire meno d’impatto e maligna, ma, da parte di un musicista che è cresciuto praticamente dall’infanzia assieme al black metal stesso, è un’evoluzione che possiamo solo salutare con favore.
