8.0
- Band: HOLE
- Durata: 00:38:16
- Disponibile dal: 12/04/1994
- Etichetta:
- Interscope Records
Per il grande pubblico resterà sempre la ‘Yoko Ono dei Nirvana’, ma prima ancora di essere la signora Cobain, Courtney Love è stata – tra le mille altre cose, compresa una breve parentesi come cantante dei Faith No More ad inizio degli anni Ottanta – anche e soprattutto la leader delle Hole, una delle rock band al femminile (con la sola eccezione del chitarrista Eric Erlandson) di maggior successo dagli anni Novanta/Duemila.
Dopo l’acerbo “Pretty On The Inside” uscito tre anni prima, nell’aprile del 1994 (ad una settimana di distanza dalla tragica morte di Kurt) vede la luce “Live Through This”, album che sposta le coordinate sonore dal punk/noise degli esordi al grunge/alternative tanto in voga all’epoca, con una maggiore attenzione alla forma canzone e all’airplay radiofonico.
A dispetto dei rumors che volevano il leader dei Nirvana come ghostwriter – nella realtà pare abbia giusto contribuito alle secondi voci di “Asking For It” e “Softer, Softest” – la svolta melodica sembra dovuta alla volontà di Courtney di emulare il successo del marito, oltre che al ricambio della sezione ritmica con l’ingresso in formazione della batterista Patty Schemel (che qualche anno prima si era giocata il posto con Dave Grohl) e della bassista Kristen Pfaff.
Canzoni come “Violet” (ispirata dalla relazione tumultuosa di Courtney con Billy Corgan) e “Plump” contengono ancora tracce del noise dell’esordio (anche perchè composte durante il tour di quel disco), ma al tempo stesso presentano una maggior cura per i ritornelli, con anche i power chord più abrasivi levigati dalla produzione di Sean Slade (già in cabina di regia l’anno prima con i Radiohead di “Pablo Honey”).
Il sodalizio artistico tra i riff sferzanti di Eric Erlandson e gli anthem di Courtney Michelle Harrison rende la coppia come il perfetto contraltare al femminile dei Nirvana di “Nevermind” in canzoni come “Jennifer’s Body” o “I Think That I Would Die”, ma il duo si mostra a proprio agio anche nelle rock ballad con chitarra acustica a dodici corde (“Doll Parts”, “Softer, Softest”).
Certamente non tutto nel secondo album delle Hole è da tramandare ai libri di storia – soprattutto nel lato B: “She Walks On Me” sembra un outtake delle L7, mentre la cover di “Credit in the Straight World” dei Young Marble Giants è stata bollata dal frontman dei gallesi come “una versione pornografica dei Led Zeppelin”, ma i cinque minuti finali a pieni polmoni di “Gutless” e “Rockstar” giustificano appieno le copertine, frutto non solo di luce riflessa e gossip giornalistici ma anche di ottima musica.
