8.0
- Band: HOODED MENACE
- Durata: 00:46:53
- Disponibile dal: 03/10/2025
- Etichetta:
- Season Of Mist
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Gli Hooded Menace non hanno mai amato i percorsi brevi: ogni loro disco sembra voler scavare nel tempo, non solo per la durata dei brani, ma per il modo in cui costruiscono atmosfere e suggestioni. “Lachrymose Monuments of Obscuration” si inserisce in questa traiettoria con passo sicuro, ma con la consapevolezza di una band che, a questo punto della carriera, non può più permettersi di ripetersi. L’oscurità rimane la cornice principale, ma dentro ci si muove con maggiore libertà, tra echi doom, forti influssi classic metal e una scrittura che cerca di essere avvolgente più che semplicemente schiacciante.
Il confronto naturale è con “The Tritonus Bell”, lavoro che già lasciava intravedere la volontà di innestare nel tessuto doom una componente heavy tradizionalista, con riff e armonizzazioni che guardavano senza troppi timori reverenziali a King Diamond, Mercyful Fate e alla scuola ottantiana più teatrale. Con “Lachrymose Monuments of Obscuration”, quella direzione viene ripresa e rifinita: laddove il disco precedente mostrava qualche transizione un po’ brusca, qui ogni sezione pare più coesa, ogni evoluzione più misurata. Gli Hooded Menace si concedono spazio e tempo, evitando di saturare le tracce e costruendo un flusso narrativo che si muove con solennità e logica interna.
Il cuore del disco è ovviamente nei riff di Lasse Pyykkö, ancora una volta regista assoluto della scrittura. Il chitarrista concentra in questi brani un numero considerevole di soluzioni senza mai perdere il filo, alternando progressioni lente e macabre a impennate armonizzate che sembrano uscire da un manuale di metal classico. La resa complessiva è quella di un sound che magari non ha più la cupezza strisciante dei primi album, ma che resta intriso di un’aura funerea e a tratti gotica. I riferimenti ai vecchi Cathedral e a certi Paradise Lost restano sempre inevitabili: come in varie opere di entrambe le band, la malinconia si sposa a un gusto epico, dove i bordoni doom convivono con un’idea di pesantezza che non rinuncia alla chiarezza melodica.
Un brano come “Portrait Without a Face” mostra bene questa duplice anima: il violoncello che compare a sottolineare la melodia non appare come un semplice orpello, ma come parte integrante di una scrittura che cerca sfumature timbriche senza cadere nell’autocompiacimento. Si avverte un senso di misura, un equilibrio più marcato rispetto a certi altri esperimenti recenti. Il growl, pur rimanendo aspro e sgraziato, è oggi al servizio di un impianto che non punta più soltanto alla pesantezza, ma tenta di trasmettere espressività e chiaroscuri.
Tra gli episodi più curiosi spicca poi “Save a Prayer”: se non fosse stata apertamente annunciata come cover dei Duran Duran, qualcuno potrebbe davvero scambiarla per un brano originale. La trasposizione in chiave Hooded Menace è tanto lineare quanto accattivante, resa possibile da un lavoro di metallizzazione che porta il pezzo a fondersi naturalmente con il resto del disco. È facile immaginarla anche nel repertorio dei Paradise Lost, tanto risulta in linea con un certo gusto agile e melodico che il gruppo di Halifax ha esplorato in più fasi della propria carriera. Del resto, i riff emergono con chiarezza, le armonizzazioni hanno spazio per risuonare e i momenti più rarefatti trovano il respiro necessario senza sembrare vuoti.
Chi rimpiange i tempi di “Never Cross the Dead” potrà considerare questo percorso una deviazione e continuare a cercare nei vecchi, grandiosi, album quell’oscurità più viscerale. Ma per chi ha seguito gli Hooded Menace anche nelle loro progressiva metamorfosi, “Lachrymose Monuments of Obscuration” rappresenta un’altra tappa invitante: un lavoro maturo, competitivo, costruito con attenzione ai dettagli e forte di una coerenza che oggi permette alla band di affermarsi non solo come custode del doom, ma come interprete originale di un metal dalle tinte arcane e dal respiro sempre più ampio. La crescita non passa da rivoluzioni, ma da un cesello costante che ha portato il trio a un’identità oggi puntualmente riconoscibile e credibile.
