6.5
- Band: HOPE DRONE
- Durata: 01:17:05
- Disponibile dal: 24/07/2015
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
Gli Hope Drone sono una band proveniente dall’ Australia. Giovane e determinata. Il debutto “Cloak Of Ash”, fuori per Relapse Records, è un lungo, interminabile ed in alcuni frangenti, anche un po’ noioso, grimorio di post black metal, genere che in questi ultimi tempi sta riscuotendo un certo successo, o meglio sta ottenendo sempre più consensi tra i giovani seguaci del metal estremo. Gli Hope Drone sono determinati, dicevamo. Si perchè hanno ben chiara la strada da percorrere. Le sette canzoni che compongono questa enciclopedica opera (oltre settanta minuti la durata) hanno una propria personalità spiccata ed alternando le tipiche sfuriate black di vecchia scuola, incorporano, lunghi intermezzi più compassati ed atmosferici. Momenti che racchiudono le varianti della scuola post hardcore svedese (Cult Of Luna) e in alcuni punti giocano situazioni più rarefatte e quasi psichedeliche tanto care ai Nadja. Melodie stranianti, emotivamente cariche di pathos e una greve malinconia quasi gotica. Non seguono un canovaccio già scritto da altri, ma cercano (e spesso ci riescono) di intraprendere una strada poco battuta. Le parti sicuramente di maggior presa sono le lente litanie stratificate su riffs chitarristici di estrazione nordica corrobate da un suono pregno di negatività ed acida desolazione. Gli Hope Drone possono assomigliare a molte bands dell’ultima ondata del genere, ma ascoltandoli con l’umore giusto, possono sembrare solo loro stessi. Ci sono divagazioni più sulfuree su un post hardcore quasi ‘shoegazato’ di prima maniera alla Jesu degli esordi o le psichedeliche e slabbrate elucubrazioni chitarristiche dei Tombs, ma scavando nel profondo del suono di questi quattro giovani musicisti, si percepisce un’anima propria. Oscura e decadente. L’album non è di facile ascolto anche perché forse troppo lungo. Ci sono ancora alcune cose da sistemare come per esempio i lunghi blast-beats che non cambiano mai ed hanno sempre un unico disegno ritmico ed alla lunga, nell’economia artistica di un pezzo, risultano monocordi e poco dinamici. Risultano anche un pò forzate le parti, quando si passa dalla furiosa teatralità del black metal più malato alle parti più melodiche e lente. In pochi momenti i passaggi risultano forzati , ma potrebbero essere affinati. Le canzoni ne gioverebbero. In definitiva un buon album che non fa certo gridare al miracolo ma che saprà fare la gioia di chi si vuole sentire perso per un ‘ora in desolate lande di nichilismo post black metal.
