5.0
- Band: HOPE DRONE
- Durata: 01:03:46
- Disponibile dal: 30/08/2019
- Etichetta:
- Moment Of Collapse
La band australiana torna dopo quattro anni con un lavoro che percorre terreni desolati e asfittici che ricordano sicuramente quanto proposto nell’esordio “Cloak Of Ash”, puntando però ad aggiungere un’ulteriore magniloquenza complessiva. In termini di minutaggio, ci fermiamo a questo giro a poco più di un’ora di durata, ma tenuto conto che si tratta di soli cinque brani, capirete bene che non è un ascolto consigliato a chi vede di cattivo occhio la verbosità; e purtroppo, al termine dell’ascolto, non si può usare termine più adatto per descrivere i racconti in musica degli Hope Drone. “Being Into Nothingness” offre un avvio ricercato e conturbante, a base di pianoforte e tastiere evocative, per poi spostarsi, con naturalezza e insieme testardaggine, sui mondi musicali di band come Downfall Of Gaia o Cult Of Luna, che già avevano mostrato di essere potenziali stelle polari della formazione di Brisbane. Ci sono infatti momenti quasi shoegaze a metà del brano, oltre a una buona novità sul finale: parliamo del lavoro più variegato dietro le pelli di Francis Keil, che abbandona a tratti il blastbeat monocorde che appiattiva il primo lavoro a favore di rullate dall’effetto quasi psichedelico. Il problema è che nel seguito l’ascolto si fa decisamente monocorde e prevedibile; “Forged By The Tide”, il brano più compatto, è una vorticosa sfuriata che a dispetto delle ritmiche galoppanti non decolla mai, mentre i due brani a seguire offrono piccole variazioni solo in alcuni momenti in cui le chitarre aperte passano al tremolo riffing, comunque a sua volta già abusato. È cosi, per esempio nel finale di “This Body Will Be Ash”, che la dimensione più trasognata e ‘post’ prende il sopravvento. La conclusiva “In Shifting Lights” riprende in parte la costruzione più liquida e cangiante del brano di apertura, con un lungo intermezzo sì riuscito nella sua arida cupezza, ma anche in questo caso si tratta di pescare una manciata di minuti dignitosi, che non bastano per rifiatare di fronte a un mammut musicale eccessivo. E giunti al secondo album con i medesimi punti deboli, ci è difficile premiare la sola qualità esecutiva.
