HYADES – The Wolves Are Getting Hungry

Pubblicato il 21/07/2015 da
voto
7.5
  • Band: HYADES
  • Durata: 00:46:26
  • Disponibile dal: 29/06/2015
  • Etichetta: Punishment 18 Records
  • Distributore: Andromeda

Con quasi vent’anni di militanza nell’affollato universo metal contemporaneo, gli Hyades possono essere definiti a tutti gli effetti un nome storico del thrash europeo. Attraversati gli Anni 2000 di corsa con tre dischi in quattro anni fra il 2005 e il 2009 (“Abuse Your Illusions”, “And The Worst Is Yet To Come”, “The Roots Of Thrash”) i cinque varesini hanno fatto seguire sei lunghe primavere di silenzio discografico. Il 2015 ce li restituisce su una nuova label – Punishment 18, dopo i trascorsi per Mausoleum – portatori di una rabbia intatta, per nulla smussata dall’invecchiamento anagrafico. Se possibile, i sentimenti negativi si sono acuiti, incistati nell’animo di questi musicisti, che alla conosciuta alternanza fra scampoli di divertimento demente e invettive anti-sistema sostituiscono ora una denuncia senza mezze misure dell’incresciosa situazione economico/sociale globale. Insicurezza per il proprio futuro, l’odio per tirannie più o meno manifeste, la disillusione montante di chi crescendo vede sfaldarsi il mondo davanti ai suoi occhi ci conducono a un album durissimo, attraversato da uno spirito di rivolta tipicamente hardcore forse mai così importante nella proposta degli Hyades. Le tristezze urbane dei Biohazard lasciano il segno in “The Wolves Are Getting Hungry”, ne irrobustiscono la corazza; quelli che sei anni fa erano cinque scapestrati ora sono giovani uomini rancorosi ma non rassegnati, che cercano di lasciare un segno nell’immaginario collettivo sobillando e aizzando le folle, ricorrendo a cori cafoni e gang vocals, chitarroni compressi spessi come mura di cinta, groove dolorosi, sorta di mazze chiodate spaccate sui denti dei propri peggiori nemici. Si va a competere spalla a spalla con gli Exodus post-“Tempo Of The Damned”, mettendoci muscoli ben torniti, umiltà, commovente dedizione alla causa. Inutile cercare qua dentro i germi del thrash retrò diffusissimo oggi in Italia e non solo: c’è un’infettività di fondo, da centrale nucleare col nocciolo ormai fuso, che non può far passare questo ‘prodotto’ quale tipico disco da mosh ignorante. No, la spensieratezza e il casino becero non sono più pane per gli Hyades, adesso c’è da assecondare un’urgenza espressiva quasi da NY hardcore, la voglia di lottare fino all’ultima stilla di energia di chi si sente ai margini ed è disposto a tutto per far sentire la propria voce. Incursori scelti nel cuore del sistema, ecco cosa sono nel 2015 questi musicisti: un commando di guerriglieri metropolitani in missione, a ranghi serrati, implacabile nell’affermare il proprio verbo. Viene mantenuta una pressione costante per l’intera release, i break melodici sono banditi, anche gli assoli sono brevi e taglienti, non c’è alcuna intenzione di alleggerire il fardello di negatività vomitatoci addosso: la mancanza di fasi strumentali molto lunghe e il vociare rauco e catarroso di Marco Colombo vanno proprio nella direzione di tenerci al guinzaglio e non farci scappare. Dobbiamo subire, essere flagellati a morte. “The Apostles Of War” è il manifesto perfetto dell’Hyades-pensiero: pochi riff ad effetto, pesantezza e groove martellante, cambi di tempo nel senso di un ulteriore appesantimento delle ritmiche, una sensazione di luridume crescente e di rissa dietro l’angolo, quindi leggera accelerata in corrispondenza del breve assolo e nuova immersione in lotte di strada degne della peggiore periferia americana. Un clima da sparatorie, agguati e spaccio come quelli evocati a suo tempo dai nomi più pericolosi del crossover/hardcore a stelle e strisce. La zona centrale dell’album è quella che regala le migliori soddisfazioni: i tempi medi schiacciasassi, modulati con maestria da Rodolfo Ridolfi alla batteria – prestazione maiuscola la sua – sono la specialità della casa, le accelerate quadrate che li interrompono provocano lividi ovunque, mentre le chitarre si stringono e si gonfiano come usavano i Pantera e i Machine Head negli anni belli, passando da stridori metallici a lunghi riff di non comune grassezza e profondità. Ogni canzone regala una serie di macigni così heavy da rasentare il death, merito anche di una produzione roboante, che dà risalto un po’ a tutti gli strumenti ma fa sfogare soprattutto il poderoso arsenale chitarristico. Oltre al pezzo citato, altri due cavalli di battaglia particolarmente adatti a farvi sfogare nei momenti in cui avete i nervi più tesi sono l’andamento bullesco di “Sing This Rhyme” (non ci sarebbe stata male nel summenzionato “Tempo Of The Damned”) e i chorus spolpanti di “The Great Lie”, da issare a vessillo dell’intero album. Gli skate stanno nell’armadio, gli Hyades di questi tempi preferiscono mettersi in tenuta da sommossa e andare per le strade a scatenare gli animi. Gli riesce dannatamente bene.

TRACKLIST

  1. The Economist
  2. Ignorance Is No Excuse
  3. The Decay of Humankind
  4. The Apostles of War
  5. The Great Lie
  6. Heavier Than Shit (Hyz IV)
  7. Sing This Rhyme
  8. Eight Beers After
  9. The Wolves Are Getting Hungry
  10. Hyades (2015 version)
2 commenti
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