7.5
- Band: IMBOLC
- Durata: 00:58:32
- Disponibile dal: 27/02/2026
- Etichetta:
- Masked Dead Records
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Nati da una costola degli ormai abbastanza noti Darkend, precisamente quella del batterista Valentz (qui anche voce e tastiere) coadiuvato da Images, chitarre e basso – e anch’esso passato per le vie dei Darkend – gli Imbolc sono una band attiva dal 2006 e giunta oggi al terzo disco. Di fatto il primo album è stato pubblicato nel 2006, mentre il secondo nel 2024, il che farebbe supporre che gli Imbolc non siano proprio la band principale dei suoi componenti ma più un progetto secondario, ma fa piacere sentire, nell’effettivo, che la cura nella scrittura e nelle composizioni sembrano quelle riservate a progetti di prima fascia.
La composizione di questo “Sette Cornici Di Purificazione” è infatti interessante e gradevole, per quanto fortemente debitrice alle proprie ispirazioni: parliamo di un black metal di seconda ondata, che sembra uscito effettivamente negli anni Novanta, in grado di richiamare alla mente nomi quali Satyricon, Agalloch (si senta come vengono fuori in “In The Reign Of Light Only Darkness Could Be”), con qualche tocco di Cradle Of Filth (nel riffing più che nelle componenti sinfoniche cui si tende di solito associare la band inglese) e Dimmu Borgir (“Monolith – Where Nails Are Condemned To Carve”).
Il disco è una felice escursione attraverso alcune delle migliori sortite black partorite negli anni d’oro, non senza una inflessione vagamente post-black in alcuni passaggi, connotata anche da un gusto cinematografico horror anni Settanta e una copertina molto evocativa (a cura di Maira Pedroni). La struttura dei brani è interessante, con i passaggi strutturati principalmente su riff veri e propri piuttosto che tappeti sonori, e in alcuni casi le chitarre tirano fuori dei momenti davvero efficaci, come accade in qualche ripartenza di “Chasmigration” ma anche in altri momenti sparsi per tutto il disco, e in generale si respira un’aria fresca che non ha paura di osare e di mettere in mezzo tutto il proprio amore per il black metal.
Qui e lì si riscontrano però alcuni lati meno funzionanti, perché di materiale se ne mette in ballo davvero tanto, e le canzoni sono quasi tutte lunghe e molto strutturate, a volte anche un po’ troppo: se è vero infatti che ci sono passaggi irresistibili, non avrebbe forse fatto male una sfoltita qua e là.
Alcuni episodi tendono ad allungarsi un po’ troppo, con qualche momento che si ripete troppo o che non sembra pienamente a fuoco: parliamo di un brano come “Architecture Of Suicide”, un discreto pezzo black metal senza particolari guizzi, che non ha difetti formali ma nemmeno grandi pregi, e anche il buon momento a metà canzone resta ‘solo’ un momento gradevole e nulla più.
Più efficaci i passaggi un po’ più personali e caratteristici (“Slashed And Buried” e il suo incedere arrembante ne sono un esempio, anche per merito di un’evocativa parte centrale). Forse anche la voce – gracchiante alla Abbath, per intenderci – non ci ha fatto impazzire, ma lì si tratta di una scelta stilistica al di là del merito.
Insomma questo “Sette Cornici Di Purificazione” si è fatto molto ascoltare e, al netto di qualche scelta meno stupefacente, si è dimostrato un album di tutto rispetto, capace di farci fare un bel viaggio all’interno di un black metal forse datato ma sicuramente evocativo. Da approfondire e tenere sott’occhio.
