7.5
- Band: IMHA TARIKAT
- Durata: 00:50:47
- Disponibile dal: 20/06/2025
- Etichetta:
- Prophecy Productions
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Una realtà ormi consolidata del panorama underground, una di quelle band da suggerire agli amici, e di cui si aspetta l’occasione per vedere un’ambita esibizione dal vivo. O l’uscita di un nuovo disco, per vedere se abbiamo magari di fronte i nuovi capofila del black metal, nel caso del genere in questione.
Non vi sembra qualcosa di già visto – o meglio – sentito? Molte volte, in questi anni, ci siamo posti – da fan, ma involontariamente anche tra le righe delle nostre recensioni – questa domanda, in quel mix di tassonomia ed entusiasmo adolescenziale che caratterizza tutti gli appassionati di musica (e non); e la band di Ruhsuz Cellât è rientrata sicuramente, per un certo periodo, in quel limbo di grandi aspettative di cui sopra.
È ora tutto da buttare, vi starete chiedendo? Affatto, anzi. “Confessing Darkness” è il classico disco che può far impazzire di gioia e stupore chi si avvicina per la prima volta alla band tedesca, e che tranquillizza assolutamente i suoi ascoltatori di più vecchia data, senza però più emozionare.
C’è tutto quello che già apprezzavamo negli Imha Tarikat fin dagli esordi, reso ancora più amalgamato e curato: la furia cieca del black primordiale, resa anche nel suono secco e polveroso degli strumenti, l’atmosfera ipnotica che ha caratterizzato tante band spuntate soprattutto a Est del Reno negli ultimi tre lustri, qualche (più raro che in passato) stacchetto vagamente marcio/black’n’roll che non guasta mai.
Ed ecco la seconda domanda che affiora: dove sono quindi i difetti? Non ce ne sono di palesi, musicalmente parlando, e infatti il voto conferma l’apprezzamento mostrato per tutti gli ultimi dischi, ma manca il desiderio di stupire.
Personalmente, abbiamo percepito la scelta di restare ‘tranquilli’ su quanto di ottimo già proposto, seguendo alla lettera il manuale, senza nuovi sprazzi di genio (o follia). Manca insomma quella fame con la bava alla bocca che, troppo spesso, ci sembra scomparire nelle band che dagli scantinati più sporchi e puzzolenti del black metal (sempre che esistano ancora) riesce a fare capolino a livelli più alti di esposizione.
Parliamo insomma di un disco che non pochi, e senza essere in fallo, troveranno eccellente; l’arrangiamento di un brano come “Another Failed Ritual” è perfetto, il lavoro alla batteria di Jerome Reil (figlio di un certo Jürgen, detto Ventor…) è qualcosa di devastante, l’assalto da orda barbarica di alcuni brani, da manuale (“Confessing Darkness”, “Horns In The Smoke”).
Eppure è tutto persino troppo ‘perfettino’, studiato, a tratti quasi votato ad autocitarsi senza mistero: provate ad ascoltare di fila proprio i due brani sopra citati.
Eppure non è una colpa studiare con metodo e ottenere buoni risultati, anche senza estro o genio. Scegliete la vostra alternativa, e potreste trovarvi tra le mani, con la stessa facilità, l’album o l’occasione mancata dell’anno.
