7.5
- Band: IMPRECATION
- Durata: 00:39:38
- Disponibile dal: 14/10/2022
- Etichetta:
- Dark Descent
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Sostanza e feeling. Due concetti che non possono fare a meno di essere citati (e ripetuti) nell’analisi del nuovo disco degli Imprecation, il terzo di una carriera avviata addirittura nel lontano ’91, ma che a conti fatti ha ‘svoltato’ solo con la reunion del 2009 e il successivo ingresso nel roster Dark Descent. Un’opera rigorosamente di genere che, conscia della propria natura, non fa nulla per uscire dal seminato di alcuni capisaldi death metal degli anni Novanta, e al contempo – in maniera ancora più netta dei precedenti “Damnatio ad Bestias” e “Satanae Tenebris Infinita” – frutto di un’ispirazione feconda e di un rispetto quasi sacrale verso certe sonorità ormai parecchio popolari nell’underground odierno. D’altronde, non parliamo di musicisti che hanno scoperto “Altars of Madness” e “Deicide” l’altro ieri, sull’onda dell’esplosione di giovani band come Blood Incantation, Mortiferum o Skeletal Remains, ma di veterani che, in un modo nell’altro, hanno sempre vissuto, respirato e cagato metallo della morte nella sua accezione più tradizionale e conservativa, e che quindi non si devono minimamente imporre di suonare ciò che suonano. Gli Imprecation si esprimono così perché, molto semplicemente, è questo il linguaggio che conoscono e con cui sono cresciuti, e nella quarantina di minuti di “In Nomine Diaboli” possiamo affermare che il loro discorso raggiunga l’apice dell’autorevolezza e del coinvolgimento, in un flusso inequivocabilmente citazionista eppure davvero efficace.
Come detto, i dieci brani della raccolta non puntano sulla personalità per raggiungere il loro obiettivo, quanto piuttosto sulla concretezza dei riff e sull’ardore di un’interpretazione che immaginiamo essere stata catturata con l’effige di Satana dipinta sul muro dello studio di registrazione, facendo quindi sì che i vari riferimenti – evidentissimi fin dal minuto uno – esaltino la proposta anziché affossarla. Nella fattispecie, il quintetto texano paga ancora una volta pegno alla scuola più blasfema e tetragona del genere, immergendosi in una bolgia di suoni ora maestosi come una parata infernale, ora feroci come il divampare di un incendio; Deicide, Incantation, Morbid Angel, Sadistic Intent, Vital Remains (questi ultimi omaggiati sia nel dipinto della copertina che nel titolo della conclusiva “No Kingdom Awaits (Let Us Prey)”)… numi tutelari che la band di Houston prende e rielabora in un gioco di incastri dosato attentamente, fra parentesi-caterpillar a dir poco possenti, digressioni luciferine ampliate dall’uso di qualche tastiera e assalti all’arma bianca che gettano tutto nella barbarie senza possibilità di appello. Musica dallo spirito fieramente underground e intransigente, vicina a quella di altri ceffi borchiati come Blaspherian e Drawn and Quartered, ma che qui, insospettabilmente, svela una natura molto più ‘orecchiabile’ della media, indovinando praticamente ogni cambio di tempo e inanellando una lunga sequenza di riff e atmosfere memorabili.
Neppure una resa sonora volutamente cruda e satura, a cura del sempre più richiesto Dan Lowndes (Cerebral Rot, Suffering Hour, Triumvir Foul), può celare la vena energica e catchy alla base delle varie “Reborn in Blood”, “Thorns of Hate” e “Stigmata Wounds”, per un’opera che ci riporta con la mente all’immediatezza dei grandi classici del passato senza forzature o dietrologie fuori tempo massimo. “In Nomine Diaboli” è fondamentalmente death metal senza tempo, nello stile così come nell’immagine, e per questo destinato a fare breccia nel cuore di chi certi dischi, prima ancora che come oggetti da ascoltare, li approccia come un qualcosa da vivere.
