8.0
- Band: IN APHELION
- Durata: 00:58:05
- Disponibile dal: 11/03/2022
- Etichetta:
- Edged Circle Productions
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Quando si parla di metal estremo svedese, è un dato di fatto che la figura di Sebastian Ramstedt finisca spesso per essere sottovalutata o, comunque, per non godere della stessa reputazione di altri musicisti venerati dal pubblico e dalla critica per il loro contributo alla causa black/death. Intendiamoci, a scanso di equivoci il Nostro non ha mai partorito uno “Storm of the Light’s Bane” o un “Casus Luciferi”, opere a dir poco seminali che hanno segnato indelebilmente il corso di certe sonorità, ma è pur vero che i migliori dischi di una realtà storica come i Necrophobic – da vent’anni a questa parte – portano proprio la sua firma, a riprova di una qualità di scrittura non lontana anni luce da quella dei suddetti, celebrati colleghi (parliamo ovviamente di Jon Nödtveidt ed Erik Danielsson).
È quindi dalla medesima sorgente creativa dei fortunati “Hrimthursum” e “Mark of the Necrogram” che zampilla il debut album degli In Aphelion, seguito dell’ottimo EP “Luciferian Age” dello scorso novembre e definitiva presa di posizione di un gruppo con il quale il cantante/chitarrista di Stoccolma – spalleggiato dal sodale Johan Bergebäck (seconda ascia dei Necrophobic) e dal batterista Marco Prij (Cryptosis) – prosegue nel suo percorso di esplorazione del genere della Nera Fiamma, qui imbastardito da una serie di spunti che ci riportano dritti alla voracità degli anni Ottanta. Musica che, sulle prime, non sembra discostarsi troppo dall’operato della band madre (cosa del tutto logica, viste le premesse e i nomi coinvolti), ma che col passare delle fruizioni rivendica una propria identità e un proprio linguaggio, andando a coniugare la base di partenza di hit come “Blinded by Light, Enlightened by Darkness” e “Tsar Bomba” con un’ulteriore dose di thrash velenosissimo – in particolar modo di stampo teutonico – ed heavy metal dalle tinte diaboliche.
Un viaggio di sola andata per l’Inferno grazie al quale Ramstedt trova ancora una volta il modo di esprimere una creatività dimostratasi col tempo vulcanica, crepitante e baciata da un’attenzione per i dettagli certamente non trascurabile da chi nutre un debole per le sonorità ‘evil & Satan’, per l’occasione declinata in un flusso sonoro meno legato alle reminiscenze death metal dei cugini e intento a librarsi su scenari rossastri sospesi fra raccoglimento e impulsività. Detto che la splendida “Draugr” – deragliante e ferocissima nella prima parte, epica e struggente nella seconda – e l’incalzante “Luciferian Age”, chiamata alle armi scandita da curiose melodie slave, sono state recuperate dal suddetto mini, il resto della tracklist non lesina comunque in elasticità e soluzioni espresse, facendo di “Moribound” una sorta di diario nelle cui pagine sono state riversate le influenze di una vita. Kreator e Mercyful Fate, Destruction e Judas Priest, gli Slayer di “Hell Awaits”, oltre ovviamente a tutta l’ondata death-black svedese di metà anni Novanta, riecheggiano per l’intera ora di durata dell’ascolto, intavolando un discorso dai toni accesi e trionfali che le varie “World Serpent (Devourer of Dreams)”, “The Night Seems Endless” e “Requiem” sintetizzano al meglio e che la produzione di Fredrik Folkare (Unanimated, Unleashed) suggella con suoni potentissimi per un risultato finale di prim’ordine.
Difficile parlare di vera sorpresa, quando sul piatto c’è l’operato di una figura tanto esperta, ma In Aphelion afferma qui la sua natura di progetto poderoso e irrinunciabile per i fan di certe sonorità diaboliche.
