7.5
- Band: INDUSTRIAL PUKE
- Durata: 00:22:23
- Disponibile dal: 12/05/2023
- Etichetta:
- Suicide Records
É assodato che la Svezia sia terreno più che fertile e prolifico per la nascita di band meritevoli, sia nel metal che nell’hardcore, visti i trascorsi degli ultimi trent’anni. Oggi poniamo l’attenzione sugli Industrial Puke, formazione nuovissima ma costituita da membri più che maturi e presenti nei Gust, Rentokiller e Burst.
Per l’occasione, Suicide Records porta allo scoperto l’album di debutto del quintetto di Göteborg, dal titolo “Born Into The Twisting Rope”, in cui canzoni brevi e dirette non lasciano per nulla spazio alla contemplazione o al riposo. Nel giro di venti minuti, una decina di missili vengono lanciati senza alcuna pietà nelle nostre orecchie, rispecchiando implacabili tutto l’impatto del punk e dell’hardcore, per di più provando regolarmente ad impostare dei ritmi cadenzati.
Tuttavia, non facciamo in tempo a riadattarci al groove che ci ritroviamo ad affogare in un’eruzione di velocità e cruda violenza: “Mental Taxation” è un’ottima opener galoppante che va dritta al punto fin da subito, rivelando perfettamente l’identità bellicosa che predomina lungo tutto l’album. “Reactionary Warfare” e “Neurosexist Motherfucker” propongono un tiro mosh a sorpresa tra i d-beat costanti e i riffoni alla Discharge.
Il lato death metal della Svezia fa sentire la propria presenza in “General Gluttony” e in “Hell Is In Hello”, aggiungendo degli accenni melodici e un bell’assolo che permette a quest’ultimo brano di distinguersi nella continua eruzione di botte e martellate senza freni. Il classico sound tritacarne rende corrosivi i riff sincopati, che non emergono particolarmente per carica espressiva, probabilmente perchè risultano un po’ troppo prevedibili proseguendo con l’ascolto.
E comunque, il tutto è chiuso in modo egregio dall’arrogantissima prestazione alle corde vocali: le urla accostabili allo stile All Pigs Must Die non sono per nulla dinamiche, ma si sprigionano incazzose senza sosta e impacchettano un paio di cori catchy nei ritornelli, soprattutto nei due brani in chiusura.
Tirando le somme, “Born Into The Twisting Rope”, nella sua brevità miete vittime giocando totalmente sull’intensità di ogni sezione ritmica, lasciando comunque la voglia di essere riascoltato immediatamente da capo, una volta terminati i giochi. Inoltre, risulta essere, senza particolari dubbi, un album vincente ed efficace, piacevole all’ascolto e per nulla monotono, nonostante l’utilizzo ripetuto delle strutture più classiche. Consigliato vivamente per i fan i Cult Leader e Trap Them.
