7.5
- Band: INERTH
- Durata: 00:18:18
- Disponibile dal: 05/07/2024
- Etichetta:
- Abstract Emotions
Il ritorno della band madrilena è poco più di uno spuntino, per la fame dei loro ascoltatori: solo diciotto minuti di durata, ma che pesano come un bilico carico di materiale inerte, e che quantomeno ci tranquillizzano sul fatto che la loro scarna, ma intensa produzione in era Covid non è stata solo un occasionale passatempo.
L’equilibrio degli opposti, espressione con cui lo stesso cantante Santi aveva descritto il loro sound in sede di intervista un paio d’anni fa, si conferma la chiave di lettura dei loro brani. Il songwriting prende sempre con evidenza avvio dai riff, che con la loro ossessività vanno a dilatarsi in una visione insieme ipnotica e avvolgente come il catrame; contribuisce molto, all’identità musicale degli Inerth, l’ottima alternanza tra le linee vocali abrasive e violente e l’improvvisa, ma frequente, comparsa di passaggi puliti, quasi ieratici. Avevamo scomodato in passato un riferimento al Burton C. Bell dei tempi d’oro, ma è giusto tributare ormai un riconoscimento pieno alla personalità del quintetto; che non si lascia alle spalle gli altri riferimenti scontati (Godflesh, “padrini” a cui hanno fatto anche da supporter nell’ultimo tour, Amebix, Killing Joke, Pitchshifter, … insomma, il quadro vi era già chiaro), ma prova anche nella brevità a porre un punto fermo nella propria evoluzione, con quattro brani, specchio ciascuno di un quadrante del loro oscuro caleidoscopio sonoro.
“Midlife Wasteland” è un’intensa processione che si muove tra un riff roccioso e brevi sferzate noise, per raccontare perfettamente la crisi della mezza età (ma forse di ogni momento della nostra vita), “Oblivion” ha una chitarra acidissima, presto seppellita sotto una valanga sonora notevole, su cui spicca la batteria tellurica e un’interpretazione estremamente melodica sul fronte vocale. “Fentanyl” è un brano che unisce alla perfezione marzialità industrial e marciume quasi death metal, perfettamente in linea con la devastazione mentale (e sociale) che causa l’oppioide citato, mentre “A.I.” chiude questo spaccato (dis)umano muovendosi in alternanza tra il midtempo delle strofe, una cavalcata epica e di impatto allorché esplodono le chitarre e un assordante feedback finale, perfetto per lasciarci sanguinare le orecchie.
A dispetto del titolo, gli Inerth non mostrano alcuna arroganza: hanno tutte le carte in regola per sfidare gli dei e ricordare a noi mortali il dolore dell’esistenza quotidiana a cui siamo condannati.
