INFECTION CODE – IN.R.I.

Pubblicato il 12/11/2019 da
voto
7.5
  • Band: INFECTION CODE
  • Durata: 00:53:32
  • Disponibile dal: 08/11/2019
  • Etichetta: Argonauta Records
  • Distributore: Goodfellas

La parabola degli Infection Code, a praticamente due decenni dal suo primo vagire, assume oggi connotati decisamente imprevedibili, a soli venti mesi dalla pubblicazione del precedente “Dissenso”, che col senno di poi potrà sembrare a qualcuno, a questo punto, un disco di transizione. Ma, precisiamolo subito, per noi no.
Non vogliamo ricapitolare per l’ennesima volta la carriera del combo alessandrino, basterà dunque ricordarvi come, da “Fine” (2010) in avanti, la deriva industrial del gruppo, sempre più caustica, apocalittica e di protesta, pareva aver trovato compimento in un sound personalissimo, visionario e poco diretto, espresso prima in “La Dittatura Del Rumore”, apice di ostracismo sonoro e difficoltà d’assimilazione, e poi nel succitato “Dissenso”, lavoro del 2018 che mostrava qualche spiraglio più tellurico ed urgente verso un ritorno alle radici più thrash, death e groove-oriented che avevano caratterizzato gli Infection Code degli anni 2000. La pubblicazione di “Dissenso”, però, ha anche posto termine ad una lunga fase della band, che di colpo si è trovata senza il chitarrista (Paolo) e senza soprattutto il bassista e addetto all’elettronica Enrico Cerrato, lanciato ormai, con il suo progetto solista Petrolio, in tutt’altra scena. L’acquisto subitaneo di Davide al basso e del chitarrista Rust ha permesso a Gabriele Oltracqua e Riky Porzio, la metà lineup rimasta fondatrice dei Nostri, di mantenere vivo in modo quasi immediato il corpo pulsante dell’entità; anzi, ha permesso loro di accelerarne magicamente la volontà di compiere il prossimo passo evolutivo, che, come spesso accade a formazioni esperte che l’estremo lo hanno nel DNA, è in realtà un compromesso tra sguardo al futuro e ritorno al passato.
“IN.R.I.”, settimo full-length degli Infection Code, è infatti lampante nelle intenzioni e nei contenuti: continuare a disturbare la mente dell’ascoltatore, ribaltando però le armi a disposizione e ricollocandole in un settaggio diverso e primitivo, meno elitario e inaccessibile, ben più verace e classicamente metallico, insomma. Le otto tracce che compongono la tracklist non hanno completamente abbandonato gli afflati industrial e rumoristici, ma nel 2019 tali aspetti del suono Infection Code non prevaricano più il resto e non lo plasmano a loro volontà, bensì accade il contrario: tornano ad essere fondamentalmente utilizzati in sede di arrangiamento. Il grosso del lavoro è quindi a carico della chitarra di Rust, vera protagonista di “IN.R.I.” assieme al cantato malato e ossessivo del solito, ottimo Gabriele, tornato ad esprimersi in inglese, altro indicatore di parziale back-to-the-roots. Ed il paradosso è che lo stesso Rust, appena terminate le registrazioni dell’album, ha deciso di lasciare il posto, adesso preso in consegna dal giovane Massimiliano Barbero. Il riffing, quasi assente, in senso lato, in almeno due dei tre ultimi dischi dei piemontesi, è rientrato nei ranghi in modo prepotente, dando origine a mini-sinfonie di sei-sette minuti che possono ricordare svariatissime tipologie di formazioni, dai Carcass ai Machine Head, dai Metallica ai Godflesh fino a giungere ai Gojira, per confluire in uno stile che si può definire come thrash-groove metal con influenze industrial, ma che in realtà ci arriva alle orecchie in modo piuttosto indefinibile e nebbioso. Ciò non è evidenziato in senso negativo, anche perchè il trademark Infection Code, comunque, ci pare bello in evidenza.
Forse una tracklist meno abbondante – almeno un pezzo di meno, per ridurre il minutaggio – avrebbe giovato alla fruizione di “IN.R.I.”, in quanto verso fine disco, devastati dall’abrasività delle linee vocali e dalla cascata tumultuosa di riffing e ritmiche, si percepisce un pizzico di stanchezza uditiva. Non è un caso che il singolo “New Rotten Flesh” non ci colpisca in pieno petto con la stessa ferocia, ad esempio, delle prime quattro tracce, fra le quali “Unholy Demo(n)cracy” risulta la più arcigna e pesante, mentre l’opener “Slowly We Suffer” fa da traghettatrice con l’album precedente e “Where The Breath Ends” presenta anche parti con archi e dei piacevolissimi rallentamenti alternati a sfuriate quasi black-death; in “The Cage”, invece, troviamo a fine brano l’ospitata di Andrea Marchisio degli Highlord, impreziosente il pezzo con una potente strofa in cantato classicheggiante. L’impatto generale del lavoro è comunque straniante, sensazione dovuta all’uso di ritmiche spesso martellanti, dissonanti ed ossessive, un cantato tirato al limite ed un rifframa ultra-dinamico e variegato da tratti di frenetica psicosi.
Un lavoro, dunque, che ci presenta degli Infection Code quasi sorprendenti, carichi di un’urgenza espressiva debordante e incazzati come delle iene. Avremmo potuto essere più generosi con il voto, ma non abbiamo voluto sminuire la particolare originalità dei lavori subito antecedenti a questo. Se finora non vi siete mai avvicinati al gruppo nostrano in quanto proponente uno stile poco facile all’ascolto e per nulla suadente, il nostro consiglio spassionato è quello di dare una bella manciata di passaggi, ora, ad “IN.R.I.”: non sia mai che vi troviate a fare headbanging ad ogni forsennato minuto di questi cinquantré, trascinati da un gruppo che si riscopre in grado di levare letteralmente la pelle di dosso.

TRACKLIST

  1. Slowly We Suffer
  2. Unholy Demo(n)cracy
  3. Where The Breath Ends
  4. The Cage
  5. Alteration
  6. New Rotten Flesh
  7. Dead Proposal
  8. 8Hz
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