7.0
- Band: INNER SHRINE
- Durata: 00:45:59
- Disponibile dal: 28/06/2004
- Etichetta:
- Dragonheart
- Distributore: Audioglobe
Si ripresentano al via i gothic-dark metaller italiani Inner Shrine, freschissimi autori del terzo capitolo della loro “saga colorata”: dopo l’esordio “Nocturnal Rhymes Entangled In Silence”, l’album Nero, quello dell’Oscurità e delle voci growl, ed il secondo “Fallen Beauty”, l’opera Bianca, più pacato, candido e solare, ecco arrivare il nuovo “Samaya”, completamento della trilogia e caratterizzato dal suo essere l’episodio Rosso. Raffinatezza, classe e varietà compositiva sono tre peculiarità che distinguono da sempre il songwriting della band nostrana e, com’era prevedibile, anche in questo lavoro esse vengono ben poste in evidenza. Sempre in bilico tra gothic epico e ridondante, influenze classiche e teatralità dark, “Samaya” si dipana altezzoso nelle sue dieci tracce, lambendo diversi approdi di un unico (ipotetico) lago: infatti, a pezzi compatti, discretamente massicci e conditi da robusti riff, quadrati e marziali, si alternano brani nei quali il metallo passa decisamente in secondo piano, mentre il background artistico più visionario ed intimista degli Inner Shrine subentra con tutta la sua maestria. E se facenti parte della prima categoria possiamo citare l’ottima “The Inner Shrine” e la pomposa e trascinante “Res Occulta”, a rappresentare la seconda fazione ricordiamo con piacere l’arpeggio cupo e monotono, sorretto da sintetizzatori mistici ed “ondeggianti”, di “Catarsi”, oppure le delicate melodie di “Requiem” e “Le Repos Que La Vie A Troublé”, o ancora la sognante strumentale di chiusura “Waves Like Dolphins”. Ben strutturate e piacevoli sono le soluzioni vocali, quasi interamente ad appannaggio della soprano Cecilia Boninsegni (si suppone sia ancora lei protagonista, non essendoci notizie a riguardo), a volte aiutata da un contraltare maschile, come nella atipica “Soliloquium In Splendor”, canzone che esula alquanto dal contesto gothic che permea l’album e che va a cercare solide basi in un certo tipo di rock oscuro, adombrato da spettrali cadenze dark. Sufficiente la produzione – forse le chitarre elettriche andavano enfatizzate maggiormente – ed apprezzabile la presenza del video-bonus di “Path Of Transmigration”, altro brano singolare, spezzato nel suo incedere da un lungo mantra evocativo. Unico vero difetto imputabile a “Samaya”, per chi scrive, è quello di contenere musica un tantinello pesante, la quale, soprattutto durante i primi ascolti, può far scemare drasticamente l’attenzione dell’ascoltatore, grazie a passaggi a volte tediosi e stancanti. Difetto a cui si fa presto l’abitudine, comunque, in quanto le penetranti melodie create dagli Inner Shrine non tarderanno troppo a stringere le proprie spire attorno all’ascoltatore, imprigionandolo. Un ritorno sulle scene senza dubbio positivo, dunque, per una band coraggiosa e sempre in evoluzione, e che regge con onore lo stendardo tricolore in campo gothic. Per palati fini e/o buongustai.
