7.0
- Band: INSECT INSIDE
- Durata: 00:31:05
- Disponibile dal: 06/03/2026
- Etichetta:
- Gore House Productions
Spotify:
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Evoluzione interessante e – per certi versi – sorprendente, quella compiuta dagli Insect Inside con questo loro secondo full-length in uscita per Gore House Productions.
Del resto, l’idea di aprire il disco con il sample di una battuta di Matthew McConaughey in “True Detective” (“Human consciousness is a tragic misstep in evolution”), piuttosto che con il ‘solito’ estratto di derivazione horror, poteva già essere intesto come un segnale di crescita da parte della band russa, che in effetti – a quattro anni dall’EP “Into Impending Apotheosis” e a cinque dal debut album “The First Shining of New Genus” – si ripresenta sulle scene in una veste più audace e profonda rispetto al passato.
Intendiamoci, i ragazzi di Zlatoust non hanno voltato le spalle a quel circuito slam/brutal death metal che li ha svezzati, ma basta davvero poco (tempo che la chitarra si schiuda al primo arpeggio dal sapore apocalittico) per accorgersi di come, nel 2026, i Nostri abbiano inglobato influenze più ambiziose di quelle rappresentate da Devourment, Cephalotripsy o Abominable Putridity.
Ovviamente, il suono complessivo di “Reborn in Blight” non si priva di quel corollario di soluzioni laide e raccapriccianti che, da sempre, costituiscono le fondamenta del filone, a partire dalle cadenze elefantiache e da una voce gorgogliante simile al suono di un processo gastrico, ma affianco a questi cliché (maneggiati comunque con convinzione e spontaneità) il quartetto lascia intravedere dell’altro: un taglio obliquo, rarefatto e tenebroso, in cui la melodia sembra fiorire dalla dissonanza sulla scia degli ultimi album degli Ulcerate, e che – rimanendo su registri brutali – ha saputo essere sposato con successo anche da nomi come Disentomb e Relics of Humanity.
Qui, vuoi soprattutto per una base di partenza più quadrata e ignorante, non si raggiungono i livelli di dialogo e compenetrazione espressi da un “The Decaying Light”, opera grazie alla quale la suddetta formazione di Brisbane ha saputo imporsi come una delle realtà più autorevoli del panorama death metal contemporaneo, ma il concetto alla base è simile: prendere un genere noto per il suo oltranzismo e la sua dogmaticità per poi condurlo altrove, sul filo di un gusto atmosferico inaspettato e di una scrittura che non teme di assumersi i propri rischi, sconfinando in territori dov’è molto facile sfigurare.
L’esperimento, a dirla tutta, non è stato applicato all’intera tracklist, con diversi episodi legati a costrutti prettamente slam/brutal death metal (“Abhorrent Landscape”, “Hiveborn Abomination”), ma se si prendono in esame i brani interessati dalla mutazione – a partire dall’opener “Echos of the Swallowed Sinners” – il risultato è di quelli brillanti e in grado di sottolineare l’affinamento tecnico e la voglia di guardare avanti del progetto, il quale ha poi riservato la giusta cura anche alla forma di questo suo ritorno, con una produzione nitida, potente, ma non artificiosa o fredda, un artwork firmato dal maestro Jon Zig (Deeds of Flesh, Putridity, Suffocation) e una serie di ospiti ‘di livello’ quali Angel Ochoa (ex Disgorge) e Josh Welshman (Defeated Sanity).
Facile prevedere che ripartendo da un episodio come la title-track, tanto feroce quanto evocativa, il prossimo appuntamento discografico possa essere quello della messa a fuoco definitiva per questi giovani death metaller dell’Est. Molto più che dei semplici picchiatori.
