INTER ARMA – Paradise Gallows

Pubblicato il 19/07/2016 da
voto
8.0
  • Band: INTER ARMA
  • Durata: 01:10:14
  • Disponibile dal: 08/07/2016
  • Etichetta: Relapse Records
  • Distributore: Audioglobe

Diciamo intanto che ce l’hanno fatta, gli Inter Arma. Sono riusciti a non rimanere schiacciati dalle aspettative generate da un disco splendido, denso e coraggioso come “Sky Burial” e a dare alla luce un successore alla sua altezza, se non superiore. In mezzo c’è stato l’ambizioso EP “The Cavern”, un’unica traccia di tre quarti d’ora necessaria per capire quanto vasti fossero gli orizzonti, ampio lo spazio per osare e non rimanere ancorati a quello che già si sapeva fare. Così, rinforzando le mura di una proposta già interessante e sfaccettata, la band si è spinta verso nuovi territori di epica, poesia, aggressione e complessità, gettando in campo, prima di tutto, le pulsioni più inquiete ed energiche della propria anima. Perché in fin dei conti, quello che fa la differenza fra “Paradise Gallows” e la quasi totalità delle pubblicazioni partorite dai seguaci di Neurosis e Mastodon, quella corrente sludge-doom-hardcore così inflazionata negli anni 2000, sono la visceralità, la genuinità e la focosità che solo i grandi artisti posseggono. “Paradise Gallows” vive di canzoni vere, atmosfere gigantesche, chiaroscuri apocalittici, un’immensità e una profondità di vedute spaventose, che lasciano di sasso, ammirati, senza fiato. Gli Inter Arma si dedicano a diversi ‘sport’ nelle singole tracce, tracciando confini anche abbastanza netti fra l’una e l’altra, per quanto si rilevi una certa contiguità e un gusto estetico comune. Per capire fin dove si siano portati i cinque, potete partire da “Primordial Wound”: una lentezza ridondante e stordente si affaccia su abissi di suono antico, completandosi a un’epica del dolore e della follia che genera paragoni con Ahab, i Red Harvest più comatosi, gli Swans, Sleep, Conan, certo noise ultra-tossico, grazie a un uso magnifico dei riverberi, a baritonali raggelanti, una sezione ritmica essenziale e titanica. E poi le chitarre, una muraglia di rumore fluttuante fra il dolore lancinante e un mantrico abbattimento, che ci arriva addosso con forza inaudita, merito non solo della bravura degli strumentisti, ma anche di una produzione fra le più cariche e nitide sentite ultimamente. È un esempio, quello forse più lampante; andando su aspetti già noti, il risultato non cambia. Passata l’intro alla Thin Lizzy di “Nomini”, “An Archer In Emptiness” travolge e smembra ricorrendo a riff death metal, inseriti con intelligenza nel rimestare di sludge e doom che tutti si aspetterebbero da un gruppo del genere: alcune combinazioni di chitarra e batteria, le urla iraconde vicine al growl e i rallentamenti marcescenti, potrebbero arrivare da un platter di death metal underground, di quelli più massicci e votati al verbo degli Incantation. Nel mentre, percepiamo piccoli filler, arrangiamenti non convenzionali, che spezzano il clima opprimente per distillare minuscole pillole di assurdo. Il tutto viene fatto girare, scosso, contorto, straziato incessantemente per minuti che sembrano anni, tanto sono zeppi di idee e furore. “Transfiguration” va giù ancora più pesante, death, black e doom prendono una piega greve, dispotica, la musica si fa soffocante, l’Inferno si spalanca di fronte a noi e ci inghiotte, fra il turbinare dei tamburi di T.J. Childers e il multiplo assalto vocale che non omette nulla degli approcci vocali estremi oggi conosciuti. Insomma, un tripudio, un trionfo.  Seguendo un percorso all’inverso, secondo una pianificazione della tracklist inusuale ma affascinante, la seconda metà dell’album genera le creazioni meno irruente. Non per queste poco succose. “The Summer Drones” ci richiama al cuore profondo dell’America, un grottesco affresco di southern metal ricoperto di fuzz e miasmi, che nella coda trascende quasi nello spirituale; notevoli gli arrangiamenti, capaci con tocchi molto sullo sfondo di creare variazioni umorali impreviste. “Potomac”, interamente strumentale, si accosta alle blande dolcezze dei Baroness e dei Mastodon più commerciali, mettendo in luce l’amore per il classic rock che tutti gli sludge-hero dei nostri tempi hanno in dote. In “The Paradise Gallows” ecco rifarsi sotto il folk apocalittico che già permeava i passaggi più pacati di “Sky Burial”: era dai tempi di “A Sun That Never Sets” che non si sentiva qualcosa di così vibrante, un’estasi di doom cantautorale avvampante di rassegnazione e nebbiosa cupezza, contraddistinta da una nuova prova vocale di spessore. Stesso minutaggio – oltre undici minuti – e sviluppo da uragano ha al contrario “Violent Constellations”, dove montagne di suono si innalzano e crollano, si sfracellano in boati roboanti e trascendono verso un’apoteosi di violenza cataclismatica che viene davvero da associare al mare in tempesta della copertina, inondato dagli stessi irragionevoli colori sgargianti che da un’ambientazione reale portano  la mente a vivere un sogno tormentato e ipercinetico. Infine, la quiete, con l’odore di salmastro ancora nelle narici “When The Earth Meets The Sky” ci dà quell’ultima rassicurante carezza di cui abbisognavamo, narrando compita fra chitarre dilatate e voci pastose un’altra storia onirica, maledetta, suggestionante tutti e cinque i sensi. Considerato che i capostipiti del metal evoluto viaggiano da qualche anno su coordinate diluite della primigenia rabbia, che il post-rock e l’hard rock hanno smussato gli angoli di alcune delle band sludge con maggiore potenziale distruttivo, gli Inter Arma si inseriscono in questa specie di ‘vuoto di potere’ e si ergono a leader di una nuova generazione di rumoristi intelligenti. Nel mare in tempesta, la nostra mente trova un’oasi di sfrenato piacere e la cura ai propri tormenti.

TRACKLIST

  1. Nomini
  2. An Archer in the Emptiness
  3. Transfiguration
  4. Primordial Wound
  5. The Summer Drones
  6. Potomac
  7. The Paradise Gallows
  8. Violent Constellations
  9. Where the Earth Meets the Sky
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