7.0
- Band: IRA
- Durata: 00:48:16
- Disponibile dal: 27/03/2026
- Etichetta:
- Punishment 18 Records
Formatisi a Milano nel 1997 e attivi a lungo nel sottobosco dell’underground metal italiano, grazie anche ad una serie di demo ben accolte tra il 2002 e il 2007, gli Ira giunsero al primo full-length solo nel lontano 2012 con “The Syndrome Of Decline”, un lavoro che permise al quartetto lombardo di accumulare diverse soddisfazioni, come suonare di spalla agli Arch Enemy lo stesso anno.
A distanza di quasi tre lustri da quel debutto che li aveva collocati con discreta sicurezza nel solco del death metal tecnico di scuola anni Novanta, i chitarristi Christian Scorziello e Giuseppe Caruso tornano sulle scene insieme a Luigi Corinto al basso e Alessandro Caruso alla batteria con un seguito che, senza troppi giri di parole, conferma coordinate e intenzioni.
Musicalmente siamo sempre nel territorio di un death metal tecnico e progressivo che guarda apertamente alla scuola americana di quel decennio d’oro. Il riferimento più evidente resta quello dei Death dell’era “Symbolic”, con delle sfumature che regalano alla scaletta una discreta varietà. Tra queste, senza dubbio ci sono i Megadeth più thrash e articolati di fine anni Ottanta, lo dimostrano la sezione centrale dell’opener “Obsessive Attraction” e tutta la seguente “The Darkest Side”, che già dall’intro mostra l’affezione dei musicisti nei confronti del lascito musicale di Dave Mustaine (e di tutti coloro che hanno approcciato il thrash e il death metal con un bagaglio tecnico non indifferente).
Sin dalle prime note della succitata “Obsessive Attraction”, è chiaro che la bravura tecnica e l’ispirazione degli Ira sono ben lontane dall’essersi affievolite negli anni, anzi, sembra che il tempo trascorso sia stato solo un incentivo a invogliare i Nostri a a mettere ulteriore carne a fuoco all’interno delle singole canzoni.
L’immensa statura artistica di Chuck Schuldiner troneggia in ogni angolo, cambio d’accordo o linea vocale, ma in brani come “Cynic” e “Social Deathwork” s’intravedono ulteriori sottili influenze: se nella prima è infatti l’omonima band a fare capolino, nella seconda c’è l’impronta dei Carcass di “Heartwork”, tanto nelle armonizzazioni di chitarra, quanto nell’architettura del brano.
Gli Ira, dunque, continuano a muoversi lungo traiettorie ben note, tra riffing affilato, costruzioni articolate e una sensibilità melodica estremamente marcata: se da un lato richiamano apertamente la lezione delle band già citate, lasciano però dall’altro emergere una consapevolezza esecutiva assolutamente invidiabile, anche se questa appare difficilmente incline a deviare da canoni ormai ampiamente codificati.
I due brani conclusivi sono anche i più lunghi. “Other Dimension Of Reality” e “Forlon And Angry” sono vere e proprie suite, due colonne su cui gli Ira fondano il proprio ritorno, senza compromessi, come se fra il debutto e questo nuovo “Demopathy” non fosse passato tutto questo tempo.
Le sembianze sono le stesse che hanno contraddistinto gli altri episodi della scaletta: riff incasellati a ripetizione, cambi di tempo, arpeggi di chitarra improvvisi – come appreso dalla lezione di “Crystal Mountain” dei Death – e lick di basso sempre dietro l’angolo.
Tutto questo ribadisce la buona fattura di un disco suonato e prodotto ottimamente, curato in ogni dettaglio e animato da una buona ispirazione, che, però, ancora una volta mostra la band trovare il proprio equilibrio più nella padronanza totale di un linguaggio espressivo già codificato da altri che in una reale spinta innovativa.
Tra tutti questi omaggi piuttosto evidenti, appare spesso qualche guizzo di personalità, attraverso il quale gruppo riesce comunque a mettere a punto un album capace, pur senza ambire a ridefinire i confini del genere, di soddisfare tutti gli amanti del death metal tecnico di matrice classica.
Gli Ira, in conclusione, sono tornati e speriamo che riusciranno finalmente a compiere quel salto di personalità che qui si intravede solo a tratti. Nel frattempo, questo nuovo capitolo rimane un ascolto consigliato a quanti, nel sempre più affollato panorama del death metal underground, continuano a cercare dischi saldamente ancorati alla lezione di Chuck Schuldiner e a quel modo, oggi sempre meno frequente, di coniugare tecnica, melodia e impatto senza compromessi.
