8.0
- Band: IRKALLIAN ORACLE
- Durata: 00:57:07
- Disponibile dal: 02/22/2016
- Etichetta:
- Nuclear War Now
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Giù, sempre più giù, fino al cuore palpitante dell’Inferno, immersi in una tenebra che odora di morte e peccati capitali. Con “Apollyon”, seguito del raccapricciante debutto “Grave Ekstasis”, gli Irkallian Oracle si abbandonano una volta per tutte all’Abisso, invitandoci a prendere parte alla discesa con l’intento di non farci vedere mai più la luce del giorno. Un viaggio, prima ancora che l’ascolto di un semplice disco, riservato a pochissimi temerari, che nel suo incedere strisciante e rarefatto assume presto i connotati di un incubo, di un’esperienza catartica dalla quale uscire irrimediabilmente cambiati. Non più umani, non più di questo mondo. La formula alla base della tracklist è rimasta grosso modo la stessa di tre anni fa, e vede l’enigmatica formazione di Göteborg oscillare fra movimenti death metal neri come la pece, strappi black metal in balia della più totale degenerazione e inquietanti parentesi liturgiche, durante i quali un uso dissennato delle ritmiche (incredibilmente tecniche e stratificate) non facilita la comprensione e l’assimilazione dei vari episodi. Questi ultimi si attestano su durate considerevoli, mai inferiori ai sei minuti, e rifuggono il concetto di forma canzone per affidarsi a trame dall’andamento disturbato e simil-progressivo, che amplificano il senso di smarrimento quasi ci si trovasse in un enorme, spaventoso labirinto. A differenza di gente come Cruciamentum, Dead Congregation e Funebrarum, gli Irkallian Oracle ci tengono insomma a spogliarsi di ogni veste terrena e concreta: la loro musica non invita all’headbanging sotto il palco, quanto piuttosto al raccoglimento e all’introspezione, esplorando paesaggi danteschi sulle ali di riff provenienti da un al di là sconosciuto, completamente assoggettato alla volontà del Male. Una colata lavica posta a metà strada fra gli Incantation d’annata e i Portal, gli Abyssal e le litanie blasfeme dei Behexen, in grado di mettere a dura prova anche l’ascoltatore più volenteroso e di concretizzarsi in suite clamorose del calibro di “Elemental Crucifixion” e “At the Graveyard of Gods”, che fra urla agghiaccianti, percussioni ipnotiche e chitarre lanciate come tornado stabiliscono un nuovo termine di paragone all’interno della scena black/death più criptica e underground. Difficile ignorare un simile dispiego di follia e malvagità.
