7.0
- Band: IRON KINGDOM
- Durata: 00:43:29
- Disponibile dal: 04/11/2022
Per diventare ‘di culto’, al giorno d’oggi, la malizia potrebbe farci dire che basta ben poco: autoprodursi, fare dischi senza un vero distributore e finire su uno di quei canali di Youtube che si occupano di fare ‘divulgazione’ di band emergenti. Gran parte di ciò che finisce nei vari calderoni che si occupano di black, di heavy e in generale di musica vecchia scuola non è però luccicante, ma qua e là si beccano comunque delle piccole perle, come nel caso dei canadesi Iron Kingdom, giunti alla quarta fatica in studio ancora allo stato brado, nonostante undici anni di esistenza fra la nascita della band e la pubblicazione di questo album.
Il quartetto canadese, che vede le sue colonne portanti nelle persone di Leighton Holmes al basso e Chris Osterman alla chitarra e alla voce, è fautore sostanzialmente di un heavy classico di matrice priestiana e maideniana, facilmente apprezzabile sin dalla prima “Sheate The Sword”, che ci accompagna subito per mano in un mondo che, se fosse disegnato, sarebbe indubbiamente uscito dalla mano di Frank Frazetta. A supportare i due membri storici, i riff di Megan Merrick e la batteria di Max Friesen, che svolgono un lavoro sostanzialmente di sottofondo, dove chitarra solista e basso hanno la meglio, in una serie di canzoni che una dopo l’altra snocciolano tutto ciò che per un metallaro è praticamente l’ABC del metal classico, come per esempio nella hit “Queen Of The Christal Throne”, che basa la sua forza su un ritornello accattivante e un riffing ben preciso. Ma, oltre ai pezzi più cadenzati, ci sono anche cavalcate veloci, come quella di “Hunter And Prey” o “In The Grip Of Nightmares”, che si rifanno comunque alla scuola di chi è cresciuto fra toppe e LP scoprendo i gruppi d’oltreoceano solo grazie alla radio. Un tuffo nostalgico che tutto sommato funziona e che trova il suo compimento nella suite che da il nome al disco (e lo chiude): “The Blood Of Creation” è sinceramente il pezzo più bello e ben riuscito di tutto l’album, tredici minuti di heavy metal con arabeschi di chitarra, contrappunti fra uno strumento e l’altro e la voce tagliente di Chris che ci racconta una sorta di guerra fra draghi ed esseri umani. I riff di questo pezzo sono di chiara matrice maideniana e non potranno che farvi pensare ai pezzi più lunghi della band di Londra o ai Judas Priest di “Sad Wings Of Destiny”, come una vera e propria antologia che viene decantata nelle nostre orecchie.
In definitiva, se non avete mai ascoltato nulla degli Iron Kingdom, questo disco è un buon punto di inizio. Come spesso succede in questi casi, il quartetto canadese non inventa nulla, ma ha sinceramente un modo accattivante di prendere e rimescolare il già sentito, specialmente per la title-track, che trascina e occupa uno spazio rilevante all’interno della composizione del disco. Chi sa mai se qualche etichetta vorrà raccogliere la sfida di questi quattro metallari cresciuti a pane e anni ’80 per provare a lanciarli definitivamente sul mercato discografico: noi ce lo auguriamo.
