IRON MAIDEN – Brave New World

Pubblicato il 29/05/2000 da
voto
8.5
  • Band: IRON MAIDEN
  • Durata: 01:07:01
  • Disponibile dal: 29/05/2000
  • Etichetta: EMI
  • Distributore: EMI

Va bene, Bruce è tornato, e con lui anche Adrian Smith. In più, i Maiden hanno anche fatto la pace con i fan delusi dopo l’era Bailey con l’Ed Hunter Tour. Ora cosa pretendereste, che vi facciano pure un bell’album? Del resto, impossibile non avere il pensiero maligno che, in fondo, i ritorni di Dickinson e Smith non nascondano altro che la volontà di godersi la pensione là dove se la sono meglio guadagnata, ovvero riproponendo in giro per il mondo con la vecchia formazione, pure allargata, i vecchi, inossidabili successi, sicuri che, tanto, una nutrita schiera di fedelissimi fan li seguirebbe ovunque ancora per decenni. In altre parole: la paura che i bei tempi siano ormai finiti e che “Powerslave” e “Seventh Son Of A Seventh Son” saranno insostituibili nei cuori dei fan è tanta, oggi che la Vergine di Ferro propone del materiale nuovo a nome “Brave New World”, primo lavoro in studio con Dickinson alla voce dopo la strana parentesi Bailey, durata ormai sette anni. Beh, la buona novella è invece che i Maiden ad invecchiare non ci pensano proprio: e anche se i nostalgici dei bei tempi probabilmente faticheranno ad ammetterlo, il ritorno dei re non solo è in grande stile, ma si permette addirittura di competere con le succitate mastodontiche produzioni del passato, “Seventh Son” in primis. I Maiden, pur non tralasciando l’opener diretta (“The Wicker Man”, azzeccatissimo e in stile inconfondibile il ritornello), puntano su suite medio-lunghe come fu già ai tempi di “Infinite Dreams” o della stessa “Seventh Son Of A Seventh Son”, abbondando in epicità come solo loro sanno fare e raggiungendo picchi davvero da lacrime (“Ghost Of The Navigator”, la traccia omonima, “Blood Brothers”, e poi la parte centrale strumentale di “The Nomad”: emozione pura). Non solo: recuperano dai tempi migliori quella vena sottilmente progressive che se un tempo si esprimeva più semplicemente in composizioni allungate e con più parti in chiaroscuro, oggi appare molto più articolata e raffinata nei dettagli, e si basa su dimezzamenti sul rullante, ripartenze, aperture e chiusure, cambi di dinamica. Il tutto secondo l’inconfondibile, diretto stile Iron. Summa di tutto ciò è già “Ghost Of The Navigator”: difficile, già dopo aver inserito il CD nel lettore la prima volta, non avere già voglia di riascoltarla, sarà un sicuro successo live. Poi “Brave New World” offre uno degli spaccati emotivi migliori di tutta la produzione dei Maiden: intro di pura melodia sottovoce prima dell’entrata massiccia del rullante e delle distorsioni, quindi scioglimento del dramma nell’orecchiabilissimo ritornello. “Blood Brothers” non merita descrizione, se non l’inserimento immediato tra le migliori composizioni di Harris di sempre, mentre “The Mercenary” è una fast song che pur non essendo assolutamente scarsa rischia quasi di sfigurare se paragonata con i brani che le fanno da contorno. Anche qui la vena progressiva riemerge nel ritornello rallentato, foriero di splendide emozioni. Poi si tira il fiato con “Dream Of Mirrors”, dove ancora una volta i dimezzamenti sul rullante la fanno da padrone, prima di buttarsi in una cavalcata tra le migliori di sempre, che, dopo una lunghissima intro, si fissa in un ritornello indimenticabile, ed è immancabile poi l’accelerazione-assolo centrale. “The Fallen Angel” si apre su un inconfondibile riff harrisiano, ma non manca di mordente e di novità rispetto a composizioni tutto sommato più azzeccate ma meno sperimentali dell’ormai sestetto inglese. Poi “The Nomad” arriva a confermare, come se ce ne fosse ormai bisogno, che non serve cercare nessun successore al trono, perché i Maestri non solo sono tornati, ma godono di piena salute: la cavalcata epica stavolta si ambienta su inedite atmosfere desertiche, con abbondanza di scale ed arrangiamenti orientali. Una “The Rime Of The Ancient Mariner” non su distese marine, ma di sabbia. “Out Of The Silent Planet” apre la fase finale, più sperimentale, del disco, che si chiude con “The Thin Line Between Love And Hate”, dove oltre al pesantissimo riff iniziale (!), c’è la doppia-voce armonizzata di Dickinson (!!), ma soprattutto, ancora, uno dei ritornelli più Maiden di sempre. Aggiungete il fatto che Dickinson canta meglio di come abbia mai fatto finora, e che sono presentissimi nella produzione il basso di Harris e la batteria di McBrain, quanto mai efficaci nel prendere per mano il resto della truppa e portarlo laddove ogni singolo membro del gruppo – si alternano tutti, tranne il solito McBrain, nella composizione dei brani – decide di andare. Oltre ad essere importante perché è l’album del ritorno all’ovile di Dickinson e Smith, “Brave New World” sposta avanti di anni luce il discorso Iron, dopo il semi-pantano dell’era Bailey. C’è tutto: l’evoluzione del songwriting, l’ispirazione, l’epicità classica, e una delle migliori produzioni di sempre. Cosa manca? Forse un po’ più di unità: “Seventh Son" forse resterà ineguagliato in quanto concept album. Qui le canzoni, pur tutte più che riuscite, stanno ognuna un po’ per i fatti suoi per quanto riguarda testi ed ambientazioni. Ma questo solo per volersi accanire a tutti i costi nel trovare il pelo nell’uovo. In conclusione, definitivamente, gli dèi sono di nuovo tra noi.

TRACKLIST

  1. The Wicker Man
  2. Ghost Of The Navigator
  3. Brave New World
  4. Blood Brothers
  5. The Mercenary
  6. Dream Of Mirrors
  7. The Fallen Angel
  8. The Nomad
  9. Out Of the Silent Planet
  10. The Thin Line Between Love And Hate
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