ISENGARD – Vårjevndøgn

Pubblicato il 12/10/2020 da
voto
5.0
  • Band: ISENGARD
  • Durata: 00:34:39
  • Disponibile dal: 02/10/2020
  • Etichetta: Peaceville
  • Distributore: Audioglobe

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Qualora non bastasse la presenza di Fenriz al timone per fare degli Isengard una band di culto, proviamo a ripercorrere la storia di questa one man band. Fondato praticamente in contemporanea ai Darkthrone, il progetto ha preso corpo per permettere al buon Gylve di esprimere in assoluta libertà la sua passione per le sonorità dei Bathory e, in generale, per un certo approccio folk al metal; una concezione che, al tempo, era quasi rivoluzionaria. E che aveva non a caso colpito nel segno quando, nel 1994, mentre i Darkthrone raggiungevano l’apice della fama (e dell’infamia) con “Transilvanian Hunger”, vide la luce “Vinterskugge”, ossia la grezza ma affascinante rappresentazione delle erratiche passeggiate riflessive di Fenriz attraverso le foreste reali  e i boschi narrativi della sua madrepatria. Con il successivo “Høstmørke” le cose cambiarono parecchio; nonostante la permanenza di sgraziati passaggi di gusto viking, a prevalere era una forte pulsione speed metal, sposata senza troppo mistero alle sonorità che, di fondo, Fenriz già esplorava con la band madre, e non a caso gli Isengard finirono poi nel dimenticatoio per 21 anni. Fino cioè all’uscita, nel 2016, dell’EP “Traditional Doom Cult”… e poco si aggiunge di interesse, in questo disco, rispetto ai due già non memorabili brani ivi presenti (e qui ripresi).
Le nove tracce di “Vårjevndøgn” non lasciano il segno, e pur consapevoli dell’assoluta onestà intellettuale di Fenriz, ci risulta difficile comprendere il senso di questa raccolta di vecchie registrazioni rimaste (piuttosto comprensibilmente) nel cassetto. La produzione è lontano dall’essere eccezionale, e fin qui poco male, ma passando alla dimensione compositiva, l’unico brano memorabile risulta essere “Dragon Fly”, che poteva quasi trovare posto, a ben vedere, in “The Underground Resistance”: heavy metal old school con sprazzi di riffoni thrash e un certo gusto doomeggiante, complessivamente ben riuscita. Nel seguito si trova di tutto un po’: l’ombra lunga dei Manilla Road, ma replicata a distanza siderale di qualità, spruzzate di Blue Oyster Cult in certi momenti pomposamente oscuri, ancora il richiamo a band verso cui il culto di Fenriz è noto, ad esempio Savage Grace o Warlord, in un paio di brani vagamente salvabili, ma che davvero lasciano il dubbio se siano sgraziati per una scelta di produzione lo-fi o per il fatto di essere stati un po’ gettati via (“A Shape In The Dark”, “The Light”). E poi, ahimé, ci troviamo il pastiche rock/psych di “Slash In The Sun”, l’hardcore punk di “Rockemillion” o l’inspiegabile finale acustico in salsa flower power di “The Solar Winds Mantra”: brani che, oltre ad accrescere, nella loro eterogeneità,  il senso che si siano ripescate cose troppo distanti tra loro, non possono superare, sinceramente, lo stato di divertissement da sala prove.
Non è certo facile o indolore stroncare un lavoro del Vate di Kolbotn, ma davvero non si vedeva la necessità di riesumare questo monicker per dare fondo a spunti non solo datati, ma nemmeno perfettamente conclusi. La sensazione è che nel solipsismo del suo progetto personale, rispetto a quanto avviene nel confronto con Nocturno Culto sul fronte Darkthrone, qui Fenriz si perda completamente nella celebrazione del “Cult Metal”, rimestando senza una direzione precisa tra le sue passioni musicali e il suo archivio di demo.

TRACKLIST

  1. Cult Metal
  2. Dragon Fly (Proceed Upon The Journey)
  3. Floating With The Ancient Tide
  4. The Fright
  5. A Shape In The Dark
  6. Slash At The Sun
  7. Rockemillion
  8. The Light
  9. The Solar Winds Mantra
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