7.0
- Band: IVOIRE
- Durata: 00:48:15
- Disponibile dal: 08/05/2026
Si carica di struggimento, nera passionalità, uno sconforto vivido e a tratti tremendamente sereno, il disco d’esordio degli Ivoire. Una di quelle pubblicazioni grondanti sincera devozione al proprio sentire interiore, imperfette nel modo in cui lo esprimono, con qualche smagliatura e lungaggini che ne danno l’idea di un qualcosa di ancora da rifinire, in alcuni aspetti traballante, eppure tremendamente autentico. Non edulcorato, non ammansito da ragioni di forma, da uno studio calibrato e certosino di cosa fare e non fare. “Uragano” vive di debolezze e slanci, andamenti lenti e ridondanti, altri urgenti e sporchi, sgraziati e compulsivi. Il gruppo nasce per volontà di Nicolò Lenoci nel 2021, inizialmente come semplice progetto personale, evolutosi fino a diventare nel tempo un gruppo vero e proprio nel 2025. La line-up attuale non è però quella dell’album, dove a fianco di Lenoci, impegnato a chitarra e basso, hanno contribuito Antonio Caggese dietro il microfono e Giovanni Solazzo alla batteria, cui si aggiungono come ospiti Fabrizio Cioce (Zolfo) al sassofono in “Oltre La Cenere” e Michael Anthony Foti (Die Sünde) per le liriche e la voce principale di “Chimera”.
Il discorso sonoro di questo esordio mette assieme differenti approcci a tutto quel carico di malinconie, dolori, disillusioni e rabbia che molti musicisti di oggi veicolano nel metal estremo. Le ampie volute di “Le Catene Dell’Estro”, in apertura, delineano un’ambivalenza di fondo, nell’operato degli Ivoire. Da una parte una delicatezza lieve e sconfortata, dall’altro impulsiva ruvidezza, greve pesantezza. La radice musicale, ed esistenziale, sembra provenire dal metal estremo più pensoso e brumoso degli anni ’90: echi di Katatonia di “Brave Murder Day”, degli Opeth dei primi tre album, armonie chitarristiche tra il gothic-doom e il depressive black metal. Ad essa si contrappongono fraseggi più urgenti, sporchi e con sentori di sludge, a scandire un passo più arcigno e vocalizzi in italiano aspri, urlati, spietati.
Con “Vetta”, scelta come singolo apripista, si notano altre sfumature, nel segno di tonalità post-metal che rimandano al modello dei primi Cult Of Luna, oppure agli Amenra, seppur depurati, per i belgi, degli elementi più ossessivi e ritualistici. Il gruppo sa immergerci pienamente nel suo mondo di afflizioni e stanchezza esistenziale, lo fa con un’efficacia altalenante, affascinando sotto alcuni aspetti, difettando in concretezza per altri versi. Il lato migliore è rappresentato dai dialoghi chitarristici, così rarefatti, grigiastri e armonici da mettere in riuscito dialogo black metal, doom e post-rock, emulsionando suggestioni metal e decadentismo in modo brillante. Voliamo più bassi quando i volumi si alzano, la distorsione entra rumorosamente in campo e la voce va ad arricchire il quadro complessivo. Qui gli Ivoire perdono slancio, si normalizzano, rimangono gradevoli e non scontanti, ma suonano più uniformi, rischiando di diventare prolissi. L’alternanza di levità e ruvidezza non è concepita male, affatto, solo che nel primo caso la padronanza dei movimenti musicali non ha smagliature, nel secondo invece si notano minore disinvoltura e creatività. Anche le interazioni tra voce e tessuto strumentale appaiono un po’ sforzate, con i vocalizzi a risuonare, nelle fasi più aggressive, leggermente invadenti e sopra le righe. Mentre il parlato aggiunge fascino e mistero, come accade durante “Chimera”.
“Uragano”, però, nel complesso funziona e sa esprimersi con un linguaggio tutto suo, avendo nel movimento generale lento, nell’ondeggiare spesso catatonico e in dormiveglia, un piacevole filo conduttore tra le diverse tracce. Alcune saturazioni di suono, come nell’avvio disturbante e sconvolto di “Tempeste”, possono in un primo momento apparire eccessive, ma vanno poi a inserirsi con coerenza nel quadro complessivo, pur ribadendo che sia nelle atmosfere più soffuse, per quanto tristi se non sinistre, che Ivoire dà prova della sua caratura. Un esordio che si fa valere, in poche parole, con qualche aspetto da limare ma, e ci pare un dettaglio non da poco, non confondibile con altre uscite nel medesimo ambito stilistico.
