6.5
- Band: JACKAL
- Durata: 00:27:30
- Disponibile dal: //2006
Giungono al secondo demo i napoletani Jackal, che, rispetto al primo lavoro mostrano un’evoluzione piuttosto convincente, che li fa allontanare parzialmente dalle sponde britanniche per approdare sul suolo americano. Infatti se “Like A Jackal” era quasi completamente debitor della NWOBHM, questo nuovo “Black Inside” si muove su più binari e, senza assolutamente voltare le spalle al passato, aggiunge influenze che spaziano dall’hard rock allo street glam ottantiano, passando per i Judas Priest di Painkiller. Quest’ultima influenza è particolarmente avvertita nel brano di apertura (intro escluso) “Empire Strike First”, soprattutto grazie al riffing tagliente delle chitarre di Bob Marotta. Con “Area 51” i ritmi si rallentano e la traccia assume i contorni di un mid tempo roccioso e guidato dalla voce forse troppo acuta di Luigi Martino. La traccia comunque, a differenza della precedente, risulta avere poco mordente e pare suonata con poca convinzione, salvo un buon assolo del solito Marotta. Di tutt’altra tempra è la title track, ottimo brano metallico e cromato che trova i propri numi tutelari nelle band americane dei primi anni Ottanta, Riot su tutti. Buona anche l’idea di inserire un break rallentato a metà brano che, lungi dallo smorzare la tensione, aiuta la band a tenere desta l’attenzione. Con “She’s So Bad” i partenopei si cimentano con successo con una power ballad d’altri tempi, resa in maniera piuttosto efficace e che ricorda a tratti gli splendidi lenti presenti su “Slave To The Grind” degli Skid Row. In conclusione sono poste “Ardent Sighs And Blazin Tears”, incrocio tra NWOBHM, riffing motorheadiano e linee vocali ultra melodiche che fanno un po’ a pugni con la struttura della song e “I Raise My Hands”, ozzyana fino al midollo nelle linee vocali e musicalmente cadenzata. Quest’ultima traccia potrebbe aprire ulteriori soluzioni ad una band che già ha diverse frecce al porprio arco. Difetti ve ne sono, a partire da una voce spesso troppo acuta e che chiede troppo a se stessa, fino a delle piccole sbavature nell’esecuzione, fino ad arrivare alla sezione ritmica che si limita al compitino senza aggiungere niente al sound della band. Comunque è davvero apprezzabile la pervicacia con la quale i Jackal ripropongono stilemi triti e ritriti ma di sicuro impatto sull’audience, soprattutto quella italica.
