6.5
- Band: JARED JAMES NICHOLS
- Durata: 00:35:53
- Disponibile dal: 04/06/2026
- Etichetta:
- Frontiers
Quando Jared James Nichols pubblicò il suo primo full-length nel 2015, molti addetti ai lavori credettero di trovarsi davanti all’ennesimo talentuoso chitarrista e cantante statunitense armato di grande tecnica ma accompagnato da canzoni scritte quasi col pilota automatico e destinato a scomparire presto dai radar.
È bastato, tuttavia, che iniziassero a diffondersi i suoi video dal vivo, insieme alla sua incessante attività social fatta di collaborazioni, divulgazione chitarristica, clinic, endorsement e lezioni online, per rivelare come dietro quella montagna di muscoli e quel sorriso autentico da ragazzone del Wisconsin, unito ad un approccio muscolare e istintivo alla chitarra, si nascondesse uno dei più autentici fenomeni emersi dall’infinito esercito di ‘guitar heroes’ americani dell’ultimo decennio.
Classe 1989, Nichols si inserisce inevitabilmente nella scia di musicisti come Kenny Wayne Shepherd, Joe Bonamassa o Josh Smith, ma con una differenza sostanziale: il suo linguaggio affonda molto meno nel blues tradizionale e molto più in quella triade di chitarristi d’Oltreoceano che, nella seconda metà degli anni Settanta, contribuì a rivoluzionare il modo di interpretare il rock’n’roll elettrico.
Il fraseggio aggressivo, il gusto per il feedback e la continua tensione fisica del suo playing (rigorosamente senza plettro) devono infatti moltissimo a figure come Ted Nugent, Pat Travers e soprattutto Frank Marino, riferimento evidente tanto nell’approccio solista quanto nella capacità di trasformare ogni assolo in una sorta di esperienza estatica, ma anche ai primi album degli Steppenwolf, dei Mountain e dei Montrose, tanto per sottolineare la sua vena inconfondibilmente americana. Se a questa eredità musical-culturale aggiungiamo l’influenza di band come Alice in Chains e Stone Temple Pilots, otteniamo un quadro completo di un modo di suonare che assorbe quasi mezzo secolo di rock a stelle e strisce.
Pertanto, è proprio questo il motivo per cui “Louder Than Fate” lascia l’amaro in bocca: dov’è quella personalità debordante, fisica e quasi animalesca che Nichols mostra dal vivo o nei suoi contenuti chitarristici online? Come mai solo talvolta emerge all’interno della scrittura dei brani? Se “Let’s Go”, “Ghost” e “Way Back” o “Bending Or Breaking” (che sembra rubacchiata per metà ai Bon Jovi di “Crush” o “Heavy A Nice Day”) si lasciano ascoltare per via dell’energico e divino playing dell’artista, il disco nel suo complesso appare spesso intrappolato dentro coordinate di un hard rock americano radiofonico piuttosto standardizzato.
Episodi come “Killing Time”, “Looks Like That Felt Good” o “Pretend” accentuano ulteriormente la sensazione di un diffuso appiattimento creativo: canzoni ben prodotte, ben suonate – perfettamente confezionate, per intenderci – ma che potrebbero appartenere indistintamente a decine di artisti differenti gravitanti attorno a quel rock radiofonico contemporaneo che troppo spesso caratterizza anche numerose produzioni targate Frontiers Records. Nelle melodie, nell’approccio vocale e nell’architettura strutturale dei brani, il musicista lascia intravedere un ‘affinità con artisti come Black Stone Cherry o anche il già menzionato Bon Jovi, cui unisce l’amore per i già citati giganti degli anni Settanta per un camaleontico – ma statico – stile che tende comunque sempre al riff immediato al ritornello facile (ma quasi mai memorabile).
Paradossalmente, molti pezzi iniziano davvero a spiccare il volo soltanto durante gli assoli, momento nel quale Nichols sembra finalmente liberarsi da strutture troppo codificate e lascia emergere tutta la propria fisicità chitarristica fatta di slide aggressivi, feedback, legato e fraseggi incandescenti, nello stile di Travers, Nugent o Marino.
È una sensazione che ricorda, per certi versi, il primo Joe Bonamassa, quando il chitarrista newyorkese cercava ancora di infilare più di qualche soluzione radiofonica prima di scatenare definitivamente la propria personalità vicina al blues e all’hard rock di Zeppelin e Cream (e ad affidarsi ad autori che gli hanno scritto una manciata di ‘hit’, che al Nostro, ahinoi, mancano del tutto). L’impressione è che Nichols, almeno per ora, sembri bloccato fra la dimensione selvaggia e incontenibile che scatena durante i live e quella di una scrittura molto standardizzata che continua a propinare nei suoi lavori in studio, indeciso su come conciliare le due inclinazioni. Un vero peccato.
