7.0
- Band: JESTER MAJESTY
- Durata: 00:47:05
- Disponibile dal: 04/12/2025
- Etichetta:
- Xtreem Music
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In anni recenti il verbo del progressive thrash metal – o techno-thrash che dir si voglia – ha conosciuto un’effettiva rinascita, trainato da nuovi adepti di questo piccolo culto, rimasto a lunga un po’ in disparte nel mondo metal: le ultime annate ci hanno portato in dote interessanti progetti underground, alcuni già maturi, altri ancora un po’ acerbi, caratterizzati nella maggior parte dei casi da un vero entusiasmo per questi suoni e la volontà di modellare musica il più possibile personale, incappando magari anche in qualche eccesso, perché no, ma meglio qualche peccato di esuberanza che una piatta moderazione.
Ed è proprio con una gran voglia di spaccare il mondo e lasciare il segno che arrivano all’esordio su lunga distanza i Jester Majesty, orbitanti su Torino in senso fisico, proiettati nell’iperspazio e nella fantascienza su un piano musicale e testuale. Siamo in presenza di un duo, Erymanthon Seth a chitarra solista e tastiere, Alessandro Gargivolo per tutto il resto, voce compresa: un connubio che nasce sotto l’insegna dell’ipertecnicismo strumentale e di per nulla celate voglie virtuosistiche, messe però al servizio di canzoni dure, sferzanti, arzigogolate il giusto e con addosso un forte profumo di sci-fi, guidate tutte quante da una pulsione verso le cose complicate, difficili, sia da immaginare che da spiegare.
Nell’inseguire sviluppi turbolenti, intrecci strumentali tambureggianti e in costante mutazione e divenire, i Jester Majesty guardano con insistenza al passato di questi suoni, dando poi un’interpretazione moderna di tale materia.
Le influenze sono da ricercare nel tardo thrash ottantiano più funambolico e sperimentale: in questo senso si palesano abbastanza in fretta richiami a Coroner, Anacrusis, Voivod, qualcosa di Mekong Delta e dei belgi Target. E ancora, dato l’indurirsi spesso e volentieri di ritmiche e chitarre, come non chiamare in causa i Death, quelli della fase finale di carriera in particolare, oppure gli Atheist. Anche se in fondo una vena progressiva così espansiva, ossessiva ci verrebbe da dire, può portare alla mente pure gli Psychotic Waltz – richiamati, non sappiamo quanto esplicitamente, nel logo – oppure, e qui magari più a livello di suggestioni che di sonorità in senso stretto, i Queensrÿche degli inizi.
Insomma, se si amano le sonorità progressive ma decise, taglienti e d’assalto, i Jester Majesty sanno dare battaglia in lungo e in largo con profitto, per quanto per adesso ci sia ancora qualche limite a frenarne parzialmente l’operato. Se le idee alla base del progetto sono decisamente buone, il songwriting al momento dà responsi soddisfacenti, ma tende a mostrare una certa ripetitività di fondo e un pizzico di prolissità.
Brani come “Human vs. Machine” e “The Curse of Majesty” ammaliano e stordiscono, per il gran numero di idee messe in campo, e allo stesso tempo intrigano per un uso della voce teatrale, d’altri tempi, con un’impostazione addirittura melodrammatica in alcuni momenti. Abbastanza azzardate, ed efficaci nel dare un impatto a cavallo tra tradizione e ipermodernismo, le scelte di produzione, che ci regalano un suono ruvido ma magniloquente, secco e minaccioso nelle ritmiche, quanto brillante e luminoso nel sottolineare gli svolazzi solisti.
Non sempre però questo tumulto strumentale scorre alla perfezione, divenendo in qualche occasione troppo oppressivo, come se non si desse il necessario respiro all’ascoltatore: sotto questo profilo, sono in alcuni casi ridondanti anche le linee vocali, quando diventano recitative oltre misura e stemperano in parte il pathos creato dal turbinio strumentale.
Rimane, questo “Infinite Measure, Finite Existence”, un esordio che si fa notare, debordante di idee e passione, cui difetta giusto il senso della misura per poter essere ancora più competitivo. Ma la strada, per questo talentuoso duo, è quella giusta.
