7.0
- Band: JK FLESH
- Durata: 00:55:42
- Disponibile dal: 30/04/2012
- Etichetta:
- 3By3
- Distributore: Southern Record Distributors (SRD)
Fall Of Because, Napalm Death, Godflesh, Jesu. E poi Head Of David, Techno Animal, Ice, Final, God, Sweet Tooth, Curse Of The Golden Vampire, The Blood Of Heroes, Pale Sketcher, Greymachine , J2, White Static Demon… e non finisce certo qui. Tutti questi progetti musicali coprono quasi trent’anni di storia e praticamente tutti i generi estremi e oltre, dal noise, al grind, all’industrial, allo shoegaze al doom metal. E dietro tutto questo un solo uomo, Justin Karl Michael Broadrick, che proprio in questi giorni esce con un ennesimo, nuovo, riuscito e interessantissimo progetto, chiamato semplicemente, come se fosse una sorta di moniker riassuntivo, JK Flesh. E in effetti “Posthuman”, il debutto di questo nuovo side-solo-delirio project dello straordinario musicista di Birmingham, riassume la personalità di Broadrick fin nel più nascosto midollo e ne espone le carni, e tutto ciò che queste hanno creato e subito in trent’anni di esplorazione musicale morbosa e inarrestabile. Per niente scontato, anche il titolo del disco sembra essere autoreferenziale in senso metaforico e riflessivo, poiché sono veramente in pochi i musicisti dell’undergorund che hanno tentato con così tanta foga di liberarsi dalla carne umana per abbracciare la dimensione delle macchine e l’idea generale dell’effettivo superamento dell’umanità, in favore di forme di espressione (vita?) nuove. “Posthuman” in realtà è un lavoro più prevedibile e “broadrickiano” di quanto si possa pensare (sì, anche più degli ultimi Jesu) perché, anche se ovviamente per niente convenzionale, è violento e scorticante da far impallidire. “Posthuman” infatti ci riporta direttamente ai Godflesh di metà carriera, quelli di “Us And Them”, degli eterni remix, e del periodo in cui Broadrick era ossessionato con l’hip hop e la dubstep. Il post-doom industrial di “Posthuman” è dunque estrapolato dal metal, e le sue regole applicate alla musica elettronica da strada, ovvero, come si diceva, alla dubstep, al breakcore e all’hip hop. Il risultato, com’è facile immaginare, è un orrore suburbano che solo una mente geniale e in perenne tormento come quella di Broadrick poteva concepire. Uno sgorbio sonico fatto di amianto, tensione statica, pulsazioni, implosioni, plasma e fili elettrici che sembra prendere vita da solo in tutto il suo immondo orrore. Il filone di riferimento è quello di gente come gli Scorn, i Dälek, i Burial, El-P e compagnia cantante, ma non abbiate paura, metallari: il grugno, gli ampli e la sette corde ribassatissima di Broadrick non solo sono ben presenti, ma ruggiscono di un dolore post-apocalittico che non si sentiva dai tempi di “Slavestate”. Ben tornati nella mente desolante e geniale di uno dei musicisti più unici ed essenziali mai esistiti nell’underground.
