JODIS – Black Curtain

Pubblicato il 29/10/2012 da
voto
6.5
  • Band: JODIS
  • Durata: 00:42:02
  • Disponibile dal: 02/10/2012
  • Etichetta: Hydra Head
  • Distributore: Goodfellas

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Dopo il progetto Mamiffer, Aaron Turner ritorna con il secondo parto di quello che è stato forse il suo primo vero progetto ambient dell’era post-Isis. Ancora una volta il poliedrico musicista americano, che mostra ormai di trovarsi a suo totale agio in qualunque genere decida di cimentarsi, si è stretto intorno alla visione musicale dell-ex OLD e Khanate James Plotkin per continuare il discorso minimal post-rock dell’angelico “Secret House” del 2009. Ancora una volta anche in questa sede Plotkin si è occupato di tutte le parti “suonate” e ritmiche del lavoro, ovvero chitarre, bassi, e batteria, e ha lasciato Turner ad occuparsi delle voci e dei sample che costellano l’intero lavoro. Le parti strumentali sono riconducibili agli Hammock, ai Nadja, e a qualche momento tra quelli più ariosi dei Kayo Dot. E’ una scultura sonora fatta di vuoti, quella dei Jodis, in cui le pause, le sospensioni e le esitazioni degli strumenti creano suono. Ambient appunto, con una spruzzata di noise ed un’altra di new age. Un flusso onirico e fluttuante di chitarroni stra-distorti ma distanti e inebriati che riportano alla mente anche gli Jesu più riflessivi o gli Stars Of The Lid. Le voci di Turner invece mostrano un evidente tentativo di voler emulare le stratificazioni corali dei Dead Can Dance e tentano di veicolare grandezza e maestosità a tutto tondo. Turner non è certo un tenore, ma la sua conoscenza della materia e un uso sapiente dei loop lo hanno aiutato a creare una marea ininterrotta di vocalizzi che centrano bene l’obiettivo di trasportare via l’ascoltatore sulle note di canti corali avvolgenti e sognanti. L’intero lavoro mostra poca variazione nell’arco della propria durata, e le tracce si fondono le une nelle altre agevolmente, sfumando i confini e annebbiando la suddivisione di ogni momento rendendo l’intero lavoro un continuum fluido e inarrestabile ma anche blando e a tratti incolore. La proposta a tratti rappresenta una bella sfida alla concentrazione, dato il minimalismo e l’essenzialità compositivo-concettuale messi in campo, ma è anche vero che questo progetto non è certo mirato a chi ha voglia di sensazioni forti, ma piuttosto a chi è desideroso di lasciarsi andare ad un flusso di stimoli sensoriali placidi e incoscienti ottimamente accompagnati per mano da costruzioni soniche oniriche e sognanti. Una nota inevitabile che va fatta sul lavoro, infine, è che “Black Curtain” rappresenta l’ultima uscita ufficiale pubblicata dalla HydraHead Records di Aaron Turner, in seguito al recente “fallimento” della label, che ha di fatto chiuso i battenti. “Black Curtain” dunque, un telo nero che scende, quasi un messaggio subliminale di Turner, che sotto questa luce assume un significato tutto speciale soprattutto perché uno dei compositori principali che ha concepito il lavoro è proprio il padre e proprietario della grandissima ma sfortunata etichetta che lo licenzia. R.I.P.

TRACKLIST

  1. Broken Ground
  2. Silent Temple
  3. Red Bough
  4. Corridor
  5. Awful Feast
  6. Beggar’s Hand
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