JOHAN LANGQUIST – The Castle

Pubblicato il 25/06/2025 da
voto
7.5

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Fu Mark Shelton dei Manilla Road, si narra, a suggerire ai Candlemass un cambio di cantante, dopo aver ascoltato le prime demo scritte e cantate dal giovane bassista Leif Edling negli uffici francesi della Black Dragon. All’epoca, l’etichetta di Manilla Road e Liege Lord si preparava a pubblicare un capo d’opera del doom metal: “Epicus Doomicus Metallicus”.
Fu allora che ai Candlemass vennero in mente i conterranei Jonah Quizz e il loro portentoso cantante Johan Langquist, vicini, qualche anno prima, a rilasciare un full-length grazie alla partecipazione, nel 1982, al concorso televisivo a premi svedese Rock-SM che però fu vinto dagli Europe, i quali ottennero l’agognato contratto discografico consegnandosi alla storia. Così Langquist venne reclutato da Leif Edling per registrare le voci del primo album dei Candlemass e indicato, per sua volontà, ‘solo’ come special guest per via della sua scelta di non entrare a far parte della formazione in pianta stabile per dedicarsi ad una carriera da cantante e autore che – fino ad ora – non è mai decollata.
Oggi, dopo quattro decenni di esperimenti casalinghi, sporadiche partecipazioni a dischi di amici musicisti, una manciata di show celebrativi coi Candlemass negli anni e più recentemente il rientro in formazione nella band che lo ha reso celebre, siamo finalmente al cospetto del primo album solista del cantante svedese, pubblicato in digitale lo scorso ottobre attraverso una serie di singoli, passato completamente inosservato e ora disponibile in formato fisico grazie alla I Hate Records.
“Johan Langquist – The Castle” è, innanzitutto, una dichiarazione d’amore all’hard rock e all’heavy metal dei primi anni Ottanta, lontana dal doom granitico e possente che siamo abituati ad associare alla sua voce. Le sette canzoni di questo lavoro vivono di innumerevoli richiami a Dio e, in alcuni punti, ai Black Sabbath più atmosferici di Glenn Hughes e Tony Martin, specie nei larghi arpeggi di chitarra ‘clean’ pregni di reverbero, fino a vigorose virate hard rock melodiche che evocano la sempiterna classe dei Rainbow (specialmente quelli con Graham Bonnet dietro il microfono).
Langquist ha sessantun anni, e ha una voce in gran forma per la sua età. Stavolta, più che la potenza, apprezziamo una teatralità diversa, che si fa meno epica e magniloquente ma più drammatica ed emotiva, capace di portare su un altro livello anche i momenti più prevedibili, che nell’album, bisogna dire, sono più di uno, ma sempre portati in scena con classe e mestiere.
Il disco, fondamentalmente, ricomincia da dove hanno smesso i Jonah Quizz nell’82 con il loro heavy metal potente, melodico ma allo stesso tempo atmosferico, anche se la musica assume sembianze ed eleganza diverse. Il merito è sicuramente dell’esperienza più che quarantennale di Langquist e dei musicisti navigati, tutti estranei al mondo del metal, a quanto pare, tranne il bassista Fredrik Isaksson, attualmente in forza nei Dark Funeral e in passato partecipe all’ottima seconda giovinezza dei Grave dei primi anni Duemila e in “Lepaca Kliffoth” dei conterranei Therion.
“Eye Of Death”, è una grande partenza, forse l’unico episodio che potrebbe trovare spazio nella scaletta di un disco dei Candlemass (insieme, forse, alla successiva e potentissima “Freedom”), con un riff granitico e cadenzato che richiama atmosfere cupe e tetre in cui Langquist è ormai allenato a destreggiarsi, ma il registro cambia con le variazioni armoniche di “Castle Of My Dreams” dove riecheggia la natura svedese dei musicisti, impreziosita da quelle modulazioni melodiche e cambi di accordi che abbiamo tanto amato nei primi album di Yngwie Malmsteen (altra autorevole influenza percepibile non solo negli assoli dei chitarristi, ma anche in certe atmosfere cadenti e cupe e negli incastri fra tastiere e riff di chitarra ritmica).
Con “Where Are The Heroes”, tuttavia, siamo finalmente dinanzi al primo pezzo da novanta dell’intero lotto. Il chorus dal sapore del classico istantaneo, le atmosfere ottantiane dal piglio magico e sognante e l’esecuzione canora invidiabile, conferiscono al brano un’aura importante, con un appeal quasi da classifica che non rinuncia ad un riffing pesante, degno della reputazione del suo interprete.
Se con “Raw Energy” si cambia passo verso un heavy più classico e prevedibile, sempre con un tappeto di tastiere a conferirle fascino e atmosfera, quasi alla Grand Magus, con “Revolution” si torna alla tensione tragica, pregna di un’energia anthemica che, per la sua cantabilità, sembra pensata per eventuali momenti dal vivo. “Freedom”, come detto, ritorna ai toni più epici, ma è “Bird Of Sadness” la ciliegina sulla torta, una ballata evocativa che mette al centro la voce di Langquist, chiudendo un album che si muove in territori familiari ma riesce a mostrare anche qualche spunto personale, dovuto alle influenze ed al vissuto di un musicista che si è consegnato a suo tempo all’underground, contribuendo poi innegabilmente a delineare un modo di interpretare e intendere il doom e il metal epico in generale.
La produzione curata e i suoni ben bilanciati, poi, rispettano lo spirito ‘classico’ dell’opera, con i momenti più atmosferici che non ‘mangiano’ la rocciosità delle chitarre, anzi la esaltano e viceversa.
Se molte scelte compositive risultano derivative, l’esecuzione di Langquist e dei suoi musicisti mantiene tutto su un livello alto, e se alcune tracce centrali soffrono di un leggero calo d’intensità (“Raw Energy” e “Revolution”, per intenderci), ci pensano l’opener, “Where Are The Heroes” e la lunga traccia conclusiva a portare a casa l’ottimo risultato che sicuramente farà vibrare i cuori dei fan dei Candlemass e dell’hard and heavy classico di Rainbow, Alcatrazz e dei Black Sabbath più atmosferici e meno conosciuti dal grande pubblico – non certo su queste pagine – degli anni Ottanta.

TRACKLIST

  1. Eye of Death
  2. Castle of My Dreams
  3. Where Are the Heroes
  4. Raw Energy
  5. Revolution
  6. Freedom
  7. Bird of Sadness
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