6.5
- Band: JOHN 5
- Durata: 00:29:00
- Disponibile dal: 10/10/2025
John 5, al secolo John William Lowery, è sicuramente uno di quei musicisti che non hanno bisogno di troppe presentazioni: dalle collaborazioni con Marilyn Manson ai lavori con Rob Zombie, passando per la sua più recente militanza con i Mötley Crüe, il chitarrista ha dimostrato nel corso degli anni di possedere una tecnica sopraffina e una versatilità tale da spaziare tra i generi più disparati.
Con “Ghost”, il suo ultimo studio album strumentale, John 5 tenta nuovamente di dimostrare le sue capacità come solista, proponendo un lavoro che si muove tra territori familiari – già ampiamente esplorati nei suoi precedenti lavori – e qualche interessante divagazione verso lidi meno battuti; il tutto composto e registrato con l’ausilio di ospiti di livello come Marco Minneman e Bryan Beller (The Aristocrats) oppure Stephen Perkins (Jane’s Addiction).
L’album si apre con un’introduzione piuttosto accattivante (“Wicked World”) che immediatamente cattura l’attenzione: un riff di chitarra solido e ben strutturato si intreccia con influenze elettroniche, mentre una voce fuori campo regala un’atmosfera fantascientifica che strizza l’occhio ai classici film di genere; un inizio promettente, capace di generare aspettative e curiosità per quello che verrà dopo.
Purtroppo, man mano che “Ghost” prende forma, emergono alcune criticità che rendono l’ascolto meno coinvolgente di quanto ci si potrebbe aspettare da un musicista di tale calibro.
Il problema principale risiede nella difficoltà dell’artista nel creare materiale veramente originale: molti brani dell’album, come “Strung Out” e “Deviant”, sembrano più esercizi di tecnica chitarristica incollati insieme che vere e proprie composizioni. I brani si susseguono mostrando senza dubbio la maestria del musicista, ma mancano di quella componente emotiva e compositiva che trasforma un assolo in un brano memorabile. L’ascoltatore si trova così davanti a una sequenza di fraseggi tecnicamente ineccepibili che però faticano a lasciare un segno, quasi come sfogliare un manuale di tecnica strumentale piuttosto che immergersi in un’opera musicale compiuta.
Il lavoro riprende quota nelle sue battute finali, dove John 5 decide di cambiare registro e sperimentare con sonorità differenti. “You Me And The Devil Makes Three” e “Moonglove” abbracciano infatti un’atmosfera più blues e swing che risulta particolarmente interessante e – sorprendentemente – più convincente rispetto al resto del materiale proposto.
In questi episodi il chitarrista sembra finalmente lasciarsi andare, esplorando territori meno virtuosistici ma decisamente più espressivi, dimostrando una capacità compositiva che purtroppo rimane latente nella maggior parte dell’album. Queste tracce rappresentano forse la parte più sperimentale ed autentica di “Ghost”, un piccolo assaggio di quello che il musicista potrebbe creare se decidesse di concentrarsi meno sulla pura dimostrazione di abilità e più sulla costruzione di atmosfere e strutture melodiche.
“Ghost” si configura quindi come un lavoro tecnicamente ineccepibile ma emotivamente distante, un album che parla più agli altri chitarristi che al pubblico generalista. Per chi cerca shred puro e lezioni di tecnica, questo disco offre materiale a sufficienza; per chi invece desidera pezzi che rimangano impressi nella memoria e tocchino le corde dell’anima, “Ghost” resta un’occasione mancata che evidenzia come, nel mondo della musica, la tecnica da sola non basti a creare arte in grado di convincere l’ascoltatore.
