JUDAS PRIEST – Stained Class

Pubblicato il 11/05/2020 da
voto
10.0
  • Band: JUDAS PRIEST
  • Durata: 00:43:53
  • Disponibile dal: 10/02/1978
  • Etichetta: Columbia
  • Distributore: Sony

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I Judas Priest sono tra quella manciata di band che hanno scritto e reinventato nel corso degli anni l’Heavy Metal, mantenendo in quasi cinquant’anni di attività un livello qualitativo davvero invidiabile (sono ben pochi i passi falsi), e forse sono gli unici ad essere stati capaci di continuare a dettare le regole pur senza snaturare la propria essenza, evitando le due opzioni più comuni alle formazioni che attraversano periodi storici differenti: continuare a suonare sempre lo stesso disco; tentare stravolgimenti di sound imbarazzanti (non stiamo a fare nomi, la casistica è ampia e documentata). Abbiamo scelto di tuffarci negli anni ‘70, agli albori della carriera del Giuda Prete per raccontarvi un disco che riteniamo abbastanza sottovalutato, in particolare rispetto alle prove – grandiose, per carità – rilasciate negli anni ‘80 dalla squadra Hill, Tipton, Halford, Downing. “Stained Class” è l’unico album della band che registra l’apporto di tutti i membri in fase compositiva, compreso il batterista Les Binks, la cui permanenza nei ranghi sarà piuttosto breve. Ma per arrivare a parlare di questo lavoro occorre fare un passo indietro – anzi due – e cominciare dall’inizio.
E’ il 1974 e i grandissimi dell’hard rock britannico stanno già per entrare in crisi (anche se ancora non lo sanno) quando cinque musicisti di Birmingham pubblicano il loro debutto “Rocka Rolla”, un disco acerbo e fortemente influenzato dal blues e dall’hard rock d’oltreoceano, oltre che – neanche a dirlo – dal rock’n’roll più puro. Nonostante siamo ancora abbastanza lontani dai Judas Priest ai quali siamo abituati, non si tratta certo di un disco da buttare: gli spunti ci sono, così come si intravede che i ragazzi non mancano di personalità e inventiva. Solamente due anni più tardi, infatti, i concittadini di Iommi e compagni danno vita al loro primo capolavoro, il cupo “Sad Wings Of Destiny”, rivelatore di una band che ha preso saldamente in mano le redini della propria carriera e che si appresta anche a guidare l’intero carrozzone del nascente movimento metal, ora che i Black Sabbath sono entrati nella succitata crisi, personale prima che musicale.
Ed eccoci finalmente a “Stained Class”, Anno Domini 1978. L’Inghilterra è in piena rivolta punk, e i cosiddetti ‘dinosauri del rock’ non sembrano più avere alcun appeal sui giovani ascoltatori, colpiti dal crudo nichilismo sonoro di Sex Pistols, The Damned, The Clash, Sham 69 e UK Subs e dal loro suono minimale, dalla (mediamente) scarsa tecnica soppiantata da un’urgenza sovversiva. E’ questo il quadro storico nel quale i Metal Gods lanciano questa bomba a mano, che parte subito in quarta con “Exciter”, veloce, tirata e bellissima. Non è esagerato vedere in questo brano il primo – precocissimo – vagito dello speed metal, anche in ragione del fatto che un paio d’anni dopo un gruppo di canadesi sceglierà proprio il titolo della canzone come proprio nome di battaglia. “White Heat, Red Hot” è un altro gioiello: la velocità rallenta leggermente ma il ritmo è irresistibile, così come il riff portante; i Judas Priest hanno l’incredibile capacità di porsi come terza via tra lo stanco mastodonte hard rock e il nervoso movimento punk, con un sound durissimo, inequivocabilmente metallico e al contempo un’energia e un tiro che altri sembrano aver esaurito o non trovare proprio.
Una sola precisazione, dolorosa quanto doverosa: la produzione è inadeguata, oltremodo secca, piatta e toglie profondità e corposità al suono. Il produttore Dennis MacKay era infatti del tutto a digiuno di questo tipo di sonorità, abituato a lavorare nell’ambito jazz/fusion o al limite nel rock morbido e dai toni progressivi. E però… sarà che siamo abituati ad ascoltarlo così, sarà che l’intera produzione made in Priest degli anni ‘70 soffre di questo problema, ma alla fine non ci sembra una pecca poi così grave, perché la qualità di scrittura ed esecuzione dei cinque di Birmingham è talmente alta da non temere impedimenti.
Si prosegue quindi con la cover di “Better By You, Better Than Me”, brano di successo della da poco (all’epoca) disciolta hard rock band Spooky Tooth, inserita all’ultimo con l’intento della CBS di accrescere l’appeal commerciale del disco . La versione primigenia ha alcuni dettagli che si perdono nell’asciutta furia priestiana, ma onestamente ascoltare l’originale dopo essere cresciuti con la versione di “Stained Class” è un’impresa quasi sofferta; ebbene, se è estremamente difficile prendere un’ottima canzone e farla talmente propria da non sembrare più una cover, ai Priest riesce anche questo compito e senza nessuno sforzo; e così un buonissimo pezzo di hard rock dalle vaghe tinte psichedeliche si trasforma in graffiante metallo cromato – impossibile restare zitti e fermi durante l’ascolto! L’infilata di pezzi da novanta non accenna minimamente a fermarsi: è il turno della title-track, una cavalcata nel perfetto stile dei cinque, nella quale Tipton e Downing duettano meravigliosamente, mentre Halford canta con parole durissime una critica amara e disincantata all’influenza della società moderna sull’animo dell’essere umano. Il cosiddetto ‘lato A’ si conclude con l’irresistibile “Invaders”, apparentemente più leggera – nel senso di scanzonata – ma altrettanto efficace narrazione di un’umanità sugli scudi per difendere se stessa da un attacco alieno.
Se il materiale inciso sulla prima parte del disco vale già l’acquisto, incredibilmente deve ancora venire il meglio. “Saints In Hell” morde e graffia, anthemica e catchy da morire, e “Savage” si apre con l’iconico screaming del Metal God per eccellenza, la cui prestazione è superlativa dalla prima all’ultima nota del disco; questi due pezzi sono targati Judas Priest al 100%, cantabili e dal mordente vincente, perfettamente in linea con il feeling graffiante, brutale e accattivante di questo lavoro. E’ solo a questo punto che arriva l’asso pigliatutto, il brano che conferma – qualora ancora ce ne fosse bisogno – che siamo di fronte a dei fuoriclasse assoluti. Con “Beyond The Realms Of Death” l’atmosfera cambia immediatamente, si fa cupa e scura, a tratti sabbathiana; il tema è quello estremamente difficile della depressione più profonda – ancora una volta la band si conferma molto avanti per i suoi tempi – e Rob Halford si dimostra ora più che mai interprete incredibile, capace di estrema delicatezza e disperata intensità, mai sopra le righe, nessuna sbavatura. Siamo davanti ad uno dei masterpiece definitivi, non solo della band inglese ma di tutto l’Heavy Metal, perfetto in ogni sua nota, dal passaggio tra ballad acustica a dirompente cavalcata elettrica agli assoli, tra i migliori nell’intera produzione di Downing e Tipton.
L’unica vera pecca di questo lavoro è (sempre se vogliamo chiamarla così) non aver concluso l’album in questo modo, perché la successiva “Heroes End” risulta così schiacciata dal peso di “Beyond The Realms Of Death”, anche da un punto di vista emotivo, da essere spesso dimenticata. Ed è un peccato, neanche a dirlo, perché gli inglesi ci regalano un’ultima scheggia di metallo a tinte doom, sorretta da un giro letale e con un messaggio che ancora una volta fa riflettere: “Perchè bisogna morire per essere eroi? / E’ una vergogna che le leggende non inizino che alla propria fine / Perché bisogna morire se si è eroi? / Quando ci sono ancora talmente tante cose da dire che restano inespresse”.
Se avete trascurato questo disco, rispolveratelo; se non lo avete mai ascoltato, cominciate ora; e se lo conoscete a memoria… mettetelo una volta di più nello stereo. Comunque sia, inginocchiatevi e pentitevi, non ci sono alternative.

TRACKLIST

  1. Exciter
  2. White Heat, Red Hot
  3. Better By You, Better Than Me
  4. Stained Class
  5. Invader
  6. Saints In Hell
  7. Savage
  8. Beyond The Realms Of Death
  9. Heroes End
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