6.5
- Band: JUDAS PRIEST
- Durata: 01:20:00
- Disponibile dal: 19/06/2026
- Etichetta:
- Columbia
Il concetto stesso di “best of” appartiene ormai a un’epoca diversa. Un tempo una raccolta del genere poteva rappresentare il punto d’ingresso privilegiato per avvicinarsi alla discografia di una band: un oggetto da acquistare, sfogliare, ascoltare più volte fino a diventare una sorta di biglietto da visita per un gruppo. Oggi, invece, chi vuole scoprire i Judas Priest, o semplicemente recuperare qualche classico senza impegnarsi in un ascolto approfondito, probabilmente passerà dalle piattaforme streaming, costruendosi una playlist personale o affidandosi agli algoritmi. Per questo motivo, “The Best of Judas Priest” appare soprattutto come un prodotto destinato ai collezionisti, agli appassionati più affezionati e a chi continua a dare valore al formato fisico.
Detto questo, il materiale contenuto al suo interno non ha certo bisogno di presentazioni. Quando si parla dei Judas Priest, si parla di una delle discografie fondamentali dell’heavy metal, e anche una selezione inevitabilmente parziale riesce a offrire momenti di grande impatto. Il ‘problema’, semmai, è proprio la vastità del repertorio: sedici brani (nell’edizione CD, meno in quella LP) sono una goccia nell’oceano di una carriera iniziata negli anni Settanta e, come noto, attraversata da fasi stilistiche molto diverse. Qualunque scelta avrebbe lasciato fuori qualcosa di importante, scontentando inevitabilmente una parte del pubblico. In questo senso, basti pensare a “Metal Works ’73-’93”, doppio CD pubblicato negli anni Novanta e molto più ampio per ambizione: anche una panoramica così articolata aveva comunque lasciato qualche fan storico a interrogarsi sull’assenza di determinati pezzi o su scelte discutibili. È il destino naturale di questo tipo di operazioni: una raccolta non può sostituire una discografia completa e non dovrebbe essere valutata con lo stesso metro.
La tracklist di “The Best of Judas Priest” prova comunque a tracciare un percorso attraverso le diverse anime della band: ci sono gli inni che hanno definito l’immaginario metal del gruppo, da “You’ve Got Another Thing Coming” a “Electric Eye”, passando per “Hell Bent For Leather”, “Living After Midnight” e “The Sentinel”. C’è ovviamente anche “Painkiller”, simbolo della rinascita aggressiva di Rob Halford e compagni all’inizio degli anni Novanta e ancora oggi uno dei brani più rappresentativi della loro identità. Interessante anche la presenza di alcuni episodi più recenti, vedi “Lightning Strike” e “Crown Of Horns”, che servono a ricordare quanto la fase contemporanea dei Judas Priest non sia stata una semplice celebrazione del passato. A partire da “Firepower”, la band ha mostrato una nuova vitalità creativa, riuscendo a mantenere credibilità e forza espressiva ben oltre la fase nostalgica. Inserire questi brani all’interno di una raccolta che guarda soprattutto alla storia passata ha quindi un senso: testimonia una continuità artistica che molte formazioni della stessa generazione non sono riuscite a mantenere. Non manca poi uno sguardo agli esordi più rock e sbarazzini, così come alla fase interlocutoria e accessibile rappresentata da “Turbo Lover”. Una scelta che restituisce almeno in parte la varietà del gruppo, dai primi passi ancora lontani dall’immagine definitiva dei Metal Gods fino alla consacrazione come una delle colonne portanti del metal.
Resta però inevitabile la sensazione di incompletezza. Mancano episodi che molti considererebbero imprescindibili, e ogni ascoltatore potrebbe facilmente compilare una lista alternativa altrettanto valida. Ma forse è proprio questo il punto: una raccolta del genere oggi non deve essere vista come una definitiva introduzione alla band, bensì come un oggetto celebrativo, un riassunto parziale di una storia troppo lunga per stare comodamente dentro un singolo disco. Sul piano estetico, invece, il prodotto segue la tradizione: l’artwork è il classico lavoro tamarro in pieno stile Judas Priest, coerente con l’immaginario fatto di cromature, mitologia metallica e iconografia esagerata che ha accompagnato la band per decenni. Ovviamente anche questo fa parte del fascino del gruppo.
“The Best of Judas Priest” non è quindi una pubblicazione indispensabile per chi conosce già a fondo la band, né probabilmente il modo più efficace per un nuovo ascoltatore di esplorarne davvero il catalogo. È un oggetto da scaffale, una celebrazione compatta e inevitabilmente incompleta. Ma quando le canzoni sono queste, anche una raccolta pensata per un mercato diverso da quello di un tempo finisce comunque per avere un suo valore.
