8.0
- Band: JUGGERNAUT
- Durata: 00:58:59
- Disponibile dal: /11/2009
- Etichetta:
- Subsound Records
- Distributore: Goodfellas
Come andiamo ripetendo ormai da qualche anno, la scena metallica romana, assieme a quella più da sbarbati della Riviera Romagnola, è certamente la più in fermento del Belpaese. Vanno oggi ad aggiungersi alla lunga lista di band più che interessanti provenienti dalla zona della capitale i qui presenti Juggernaut, quintetto giunto al debutto con questo potentissimo “…Where Mountains Walk”, album che deflagra in tutta la sua forza grazie ad una produzione stellare e ad un songwriting non sempre originale e strabiliante, ma in grado di appassionare e fomentare l’ascoltatore in ogni sua sfumatura. La band propone un metal atipico, poco classificabile, che trova i suoi punti di riferimento in realtà ormai piuttosto affermate quali Gojira e Hacride, per poi andare a scomodare qualche importante paragone con Katatonia, Opeth, Dark Tranquillity e – ovvio – anche Novembre, oltre a svariate entità ondeggianti tra post-core e death-doom. Ma restiamo, per capire bene le coordinate del suono dei Juggernaut, sui Gojira: le strutture di tracce quali le magnifiche “Of Snakes And Men”, “Flamingoes”, “Nailscratched” e “Seven Companions And An Empty Chair” ci portano piuttosto vicini ad un disco quale “From Mars To Sirius”, attraverso sezioni cariche di groove, poderosi e melodici rallentamenti, introspezioni acustiche e ripartenze dinamiche e a tratti travolgenti. Poi c’è l’ottima interpretazione di Sasà, il vocalist, benissimo in grado di alternare screaming acido, urla roche ed un growl maiale sgozzato che piace proprio. “…Where Mountains Walk” è anche arrangiato in modo perfetto, con intrusioni elettroniche qua e là e qualche soluzione al limite del folk, come ad esempio in “Flamingoes” o in “Nailscratched”. “Day Of The Dances” si fa riconoscere per la sua breve intensità, dal peso specifico particolarmente alto però; c’è spazio poi anche per episodi più psichedelici (“Ghostface”, “Thank You For Not Discussing The Outside World”), una strumentale rumoristica inquietante (“The Bridge And The Shepherd”), superbi arrangiamenti d’archi (“A Fish Called Atlantis”) ed un brano cantato in italiano (“Diario”) che incute letteralmente timore. Dunque poco da fare: album con zero difetti, altra formazione nostrana da proiettare in campo internazionale, qualità alle stelle. Cosa volete di più? Piccoli Fenomeni (cit. X-Men) crescono.
