8.5
- Band: KAAMOS
- Durata: 00:34:28
- Disponibile dal: 12/05/2002
- Etichetta:
- Candlelight
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In una scena, quella death metal, dove ciò che riguarda il ‘nuovo old-school’ ha orami raggiunto livelli di proliferazione ridicoli, tanto da lasciare intravedere il fondo del barile, appare quasi doveroso sottolineare le differenze esistenti fra leader e follower; tra chi si approccia ad un’estetica codificata per mera indole imitativa e chi – al contrario – avverte in questa faccenda qualcosa di molto più profondo e personale, legato ad un’urgenza espressiva autentica e al desiderio di fare propri i discorsi intrecciati dai maestri di fine anni Ottanta e inizio anni Novanta.
Disquisendo di quest’ultima categoria, e tornando indietro di qualche lustro, è facile individuare in gente come Cruciamentum, Dead Congregation, Funebrarum o Grave Miasma i pionieri della riscoperta di certe sonorità oscure e tradizionali, in controtendenza rispetto alla pulizia e alla tecnica inseguite in quel periodo, complice il fatto che oggi, nonostante un’attività discografica parsimoniosa e – in alcuni casi – dei silenzi radar assordanti (basti pensare a Daryl Kahan e compagni, soltanto di recente riemersi dalla tomba con l’annuncio di un nuovo album e di un nuovo tour europeo), tutti questi nomi sono ancora attivi e citati da centinaia di realtà più giovani come delle influenze imprescindibili; in pratica, i prototipi su cui continua a venire costruito il bill di un festival come il Kill-Town Death Fest di Copenhagen, o assemblato il roster di etichette quali la Dark Descent, la Me Saco Un Ojo o la Profound Lore.
Anche parlando di underground profondo, tuttavia, ambiente nel quale le gare di enumerazione enciclopedica sono all’ordine del giorno, può capitare di lasciarsi indietro qualche pezzo, o di non soffermarsi abbastanza sull’operato di coloro che, mossisi in anticipo sui tempi, hanno finito per lasciare la proverbiale gloria agli altri, sparendo in banchi di nebbia che oggi – a venti e rotti anni di distanza – danno ancora l’impressione di essere compatti e resistenti agli sforzi di memoria del pubblico.
Fra questi, riteniamo impossibile non citare gli svedesi Kaamos, antesignani assoluti – insieme agli amici Repugnant, già trattati all’interno di questa rubrica grazie al clamoroso “Epitome of Darkness” (2006) – del filone old-school death metal contemporaneo, e autori di una manciata di pubblicazioni a dir poco folgoranti per approccio, malvagità e capacità di maneggiare suoni antichi con una padronanza degna appunto dei totem del genere.
Una formazione, quella di Stoccolma, che rispecchia appieno quel mix di fervore giovanile, fascino per l’occulto e fanatismo in salsa extreme metal che, come un fiume di veleno scuro, serpeggiava per il sottobosco musicale della nazione scandinava sul finire degli anni Novanta, e dai cui miasmi sono poi sorte band come Watain, Verminous, Tribulation, Necrovation e i suddetti Repugnant, oltre che figure come quella del compianto Timo Ketola, il cui stile pittorico ha saputo plasmare l’immaginario black e death metal dei successivi decenni (si pensi alle collaborazioni con Deathspell Omega, Funeral Mist, Lvcifyre e Teitanblood, fra gli altri).
Un crogiolo dannato in cui i suddetti generi finivano puntualmente per mescolarsi e influenzarsi a vicenda, e a cui nel 2002, dopo una gavetta avviata nel ’98, proseguita con un paio di demo e valsa al quartetto un contratto con Candlelight (che li incluse anche in una compilation con Centinex, Emperor, Insomnium e Source of Tide), venne aggiunto il qui presente “Kaamos”, esordio che in quel momento, per contenuto musicale e approccio estetico, non faticò a porsi in netta antitesi a tutto ciò che il circuito death metal ‘mainstream’ era solito offrire e rappresentare.
Nell’anno dei comunque grandi “In Their Darkened Shrines”, “Nihility” e “Zos Kia Cultus” (per citarne alcuni), e diverso tempo prima che un musicista come Anastasis Valtsanis iniziasse la sua scalata underground con il mini “Purifying Consecrated Ground” (2005), i Nostri se ne escono con un rigurgito dall’Inferno in grado di combinare un taglio diretto e quadrato, figlio degli Unleashed del periodo demo/“Where No Life Dwells”, con ventate di perfidia che, oggi come allora, non possono fare a meno di riportare alla mente quell’ibrido di black/death/thrash messo a punto da nomi di culto come Grotesque, Liers in Wait e Merciless (e quindi, di riflesso, Morbid Angel di “Altars of Madness”), per una tracklist ricercante nell’aggressione continua e in un’atmosfera dai contorni satanici (si sentano le invocazioni in apertura di “Doom of Man”, vera e propria novità per l’epoca) i mezzi attraverso cui definirsi e imporsi.
Un suono tutt’altro che criptico o poco decifrabile, basato su elettricità sferzante, riff poderosi e strutture regolari che, molto più di certe proposte pseudo-ritualistiche e cavernose in voga oggigiorno, dimostrano di immortalare l’essenza primigenia del genere, avvicinandosi al calore, alla genuinità e all’impostazione ‘senza tempo’ dei classici.
Sostanza prima dell’apparenza, insomma, nel segno di una narrazione compattissima e imbastita senza troppi calcoli, quasi che l’intento fosse solo quello di riflettere i gusti intransigenti dei suoi autori, i quali spareranno un ultimo pugno di cartucce (lo split con i Repugnant “Live in Stockholm 21.03.2003”, il full-length “Lucifer Rising” e l’EP postumo “Scales of Leviathan”) prima di sciogliersi e – di fatto – perdersi l’esplosione del fenomeno descritto in apertura, iniziato a diffondersi realmente solo dopo la pubblicazione dei vari “Graves of the Archangels” (2008), “The Sleep of Morbid Dreams” (2009) e “Convocation of Crawling Chaos” (2009).
È però qui dentro, fra le pieghe di episodi come “Corpus Vermis”, “Circle of Mania” e “Curse of Aeons”, che è possibile risalire alle origini pionieristiche del movimento, per un tuffo in una bolgia sonora che, ventiquattro anni dopo, continua a mantenere intatto il suo fascino bellicoso e indomito.
