KAIRI – My Light My Flesh

Pubblicato il 16/06/2011 da
voto
6.0
  • Band: KAIRI
  • Durata: 00:44:08
  • Disponibile dal: 11/03/2011
  • Etichetta: Endless Desperation
  • Distributore:

Un po’, Ulver, un po’ Gnaw Their Tongues, un po’ Horseback, un po’ Kayo Dot e un po’ Corrupted. Ecco qua spiegata in maniera semplice semplice la formula musicale di questi avant-ambient-doomster chiamati Kairi. La materia trattata in genere porta chi ascolta a non sapere da dove cominciare per descrivere lavori simili, ma “My Light My Flesh” è un lavoro che in realtà viaggia a cavallo tra chamber music jazzistico e neo-classico, doom metal e ambient-noise senza aprire chissà quali varchi nelle nostre menti – come invece accade abbondatemente nel caso delle sopra citate band di riferimento – e senza farci perdere in una foresta oscura di sperimentazioni e pazzie sonore come questo genere spesso – come doveroso – rende possibile. Il lavoro in questione viene in essere facendo leva sul minimalismo maldestro, sulla ripetizione monocromatica, e su tematiche e suoni “maligni” e variamente esoterici che sono per lo più sensazionalistici più che efficacemente spossanti e dal feel “reale”. Con le tracce semplicemente chiamate “Part I”, “Part II”, “Part III” e così via, l’album si apre con l’“intro” death-doom-blues di cinque minuti “Part I”, che non esalta, e la melma fatta di synth, e droni di chitarre di cui la traccia è composta risulta forse troppo improvvisata, come palesemente è, ma dovrebbe evitare di ricordarcelo. “Part II”, molto “ulveriana”, invece stupisce, e la chitarra pulita jazzata unita ai canti corali e al pianoforte malinconico creano un effetto piacevole e ben riuscito, quasi come se i Pink Floyd periodo “Meddle” venissero usati come musica di sottofondo in una fumeria d’oppio. “Part III” vuole far paura, ma arriva al punto talmente lentamente e involuta che l’inghippo ci mette poco a saltar fuori: dark-doom ambient dilatatissimo, stile Lustmord che incontra i Sunn O))), con voci catacombali, gutturali e bassissime che recitano mantra indecifrabili e gorgoglianti. Solo che sembrano più uscite da “Grosso Guaio A Chinatown” che da un’intenzione musicale oscura che si può prendere sul serio, e le letteralmente tre note di synth usate non aiutano a prendere sul serio il pezzo. Il risultato finale è a metà strada tra il pacchiano e il noioso, e non si può avere la pretesa di farci venire i brividi semplicemente sfruttando dei cliché banalissimi come dei vocioni da demone. “Part IV” è la prima traccia con chitarroni veri suonati e con dei riff credibili: c’è la batteria, il basso e il vocione da ogre stile Corrupted. Poi all’imprivviso fa il suo ingresso spiazzante una banalissima linea di pianoforte tipo clarion, e subito dopo un inascoltabile assolo di chitarra storto e bislacco che rovina tutta l’atmosfera e la tensione accumulata fino a quel momento. Immaginate “Llenandose de Gusanos” dei Corrupted interrotto dalla colonna sonora di un film di Muccino, e avrete un’idea di come si perda per strada questo pezzo. Come complicarsi la vita inutilmente. “Part V”, riprende per filo e per segno il discorso interrotto con “Part III”, e Part “VI” riprende in maniera simile “Part II”, con chitarre pulite, pianoforte e voci corali. Anche stavolta non male, e anzi la faccenda risulta ulteriormente sviluppata. Due tracce su sei sono gradevoli, il resto banale e a tratti anche parossistico. Fate voi.

TRACKLIST

  1. Part I
  2. Part II
  3. Part III
  4. Part IV (or My Reality Became a Dream)
  5. Part V
  6. Part VI
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