7.5
- Band: KAMELOT
- Durata: 00:44:03
- Disponibile dal: 04/06/2007
- Etichetta:
- SPV Records
- Distributore: Audioglobe
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Non è comune a molte band la crescita stilistica che ha interessato sin qui la carriera dei Kamelot. Ne è passato di tempo dal power americano del debutto “Eternity” del ’94 con la sirena Mark Vanderbilt alla voce… l’ingresso dietro il microfono di Roy Khan, alla vigilia di “Siege Perillous”, ma in maniera più marcata nei successivi “The Fourth Legacy” e “Kharma”, è coinciso con una svolta progressivo-sinfonica, resa ancor più evidente e ricca di sfumature nel binomio, legato alla storia del “Faust” di Goethe, targato “Epica” e “The Black Halo”. Il nuovo disco, libero da forzature tematiche, s’impone il difficile compito di tenere il passo del suo predecessore che pare aver donato al gruppo, per gran parte statunitense, i meritati riconoscimenti di critica e pubblico quale band tra le migliori in ambito melodic metal. “Ghost Opera” è un album che non fa mancare gli ingredienti base del Kamelot sound, ovvero cavalcate power metal, arrangiamenti barocchi e passaggi dark, bensì li rimescola in percentuali differenti accentuando la componente gotico-teatrale grazie ad innumerevoli fraseggi oscuri interpretati dall’inconfondibile timbrica di uno strepitoso Khan, per l’occasione doppiato spesso e volentieri dalla fanciulla di turno. Anche se non fa più notizia, impossibile non sottolineare lo straordinario lavoro del duo Sasha Paeth-Miro alla consolle di produzione, ormai insostituibili membri aggiunti del quintetto di Tampa, che ha integrato stabilmente in formazione il tastierista Oliver Palotai. L’ottavo capitolo in studio di Youngblood e soci mostra un invidiabile compattezza fra i brani tanto da sembrare più concept di “Black Halo”, fatto che probabilmente ci consegnerà qualche futuro classico in meno rispetto al suo predecessore. Nei tra quarti d’ora di “Ghost Opera” si elevano piccoli capolavori come “Mourning Star”, da brividi nello stacco, dalla strofa oscura, incalzante con vocals basse ed effettate, al chorus rallentato e dannatamente profondo dipinto dal singer norvegese in condivisione con la Sommerville di “Aina” e “Love You To Death”, crescendo emotivo di straordinaria intensità; non da meno il lento, da sempre un bersaglio sicuro del gruppo, dal titolo “Anthem”. Le restanti tracce si mantengono su livelli qualitativi sopra la media senza strafare, anche se l’impatto power della titletrack e i chiaroscuri di una “Blucher” con ospite d’eccezione Simone Simons degli Epica rimarranno per molto tempo nel cuore dei fan. La sola “Silence Of The Darkness”, pur baciata da discrete melodie, non sembra all’altezza di un disco mai banale, a tratti esaltante, che mette in evidenza una band matura, consapevole delle proprie forze e inesorabile nell’equilibrato processo di mutazione che è da sempre nel suo DNA.
