7.5
- Band: KARKARA
- Durata: 00:46:51
- Disponibile dal: 22/03/2024
- Etichetta:
- Stolen Body Records
“Tutto è Polvere”, ci dicono i Karkara nel titolo del loro terzo album. Tutto è polvere e proprio a quella del deserto rimanda direttamente la musica di questi ragazzi francesi, in giro dal 2019 e ben introdotti nella folta schiera di rivitalizzatori dell’hard rock settantiano, corrente ricca nei numeri e nella variabilità delle proposte.
I transalpini, il cui nome deriva da un termine tunisino traducibile come ‘teppista/scansafatiche’, si collocano in una dimensione visionaria e dilatata delle sonorità rock, immergendosi e affogandoci in scorribande stoner dal marcato tocco orientale, per regalarci un’esperienza trascendente e slegata da pulsioni strettamente terrene.
Un po’ come già avevano fatto nei capitoli precedenti della loro discografia, ma andando adesso a estremizzare alcuni concetti, i Karkara mischiano asprezza, toni hard rock e delirio per confondere, annebbiare, far staccare i piedi dalla realtà e perdersi in trame vorticose e destrutturate. Come se partissero per suonare un brano musicale ‘regolare’ e poi, quasi senza accorgersene, passassero direttamente a improvvisazioni su improvvisazioni, ora calcando la mano su qualche idea più bislacca, ora convincendosi ad andare giù dritti e massicci, per non perdersi in nubi sonore troppo astratte.
Amanti dei ‘wah-wah’ insistiti all’inverosimile, febbrili nelle concatenazioni di chitarre effettate e gementi di suoni ardenti e assieme malinconici, i tre condiscono le tracce di tanti piccoli incisi, un programmatico deviare dal fulcro dell’operazione e ricamare vellutate spire psichedeliche. Il suono è veramente ‘desertico’, smisurato, anche se ciclicamente il gruppo torna a mostrare durezza, a invelenirsi, riconnettendosi a volontà relativamente più rudi e meno visionarie.
Non è però il caso dell’opener “Monoliths”, immaginario viaggio senza meta dove si viene strattonati verso molteplici direzioni, e il tutto è tenuto vagamente sulla retta via dal tambureggiare accalorato della batteria, mentre l’effettistica contamina il suono di chitarra fino a stravolgerlo e i sintetizzatori scorrono torrenziali. Andando avanti il corredo strumentale si fa pure più ricco, come in “The Chase”, che presenta qualche tratto più orecchiabile – grazie anche a un uso più frequente della voce – e accoglie volentieri tra le sue braccia eleganti linee di sassofono.
Il fluire battente e apparentemente infinito della musica assottiglia le differenze stilistiche tra i sei episodi della tracklist, che meritano preferibilmente di essere apprezzati in un continuum che li leghi tutti assieme, come d’altronde è la volontà dei suoi autori, visto che ogni capitolo pare confluire direttamente nel successivo.
Il ritmo prevalente può allora essere più storto ed enigmatico (“On The Edge”), favolistico e onirico (“Moonshiner”), oppure fervidamente hard rock, sporco e moderatamente selvaggio, come nella title-track, mentre quell’idea di stordimento, allucinazione, dispersione in un luogo privo di confini e punti di riferimento, magico e isolato, non passa proprio mai nel corso dell’album. In poche parole, per chi segue le derive psichedeliche dello stoner/hard rock, adora viaggi mentali prolungati, i Karkara saranno una gradita scoperta.
