7.5
- Band: KARNIVOOL
- Durata: 01:03:07
- Disponibile dal: 06/02/2026
- Etichetta:
- Cymatic Records
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A tredici anni di distanza da “Asymmetry”, i Karnivool tornano con “In Verses”, un lavoro in cui la band – supportata dal produttore Forrester Savell – mette a frutto il prodotto di oltre una decade di studio, crescita e sperimentazione.
Il risultato è un capitolo che potremmo definire autonomo e chiaramente distaccato dai lavori precedenti, soprattutto per quanto riguarda la dimensione sonora che la band australiana ha saputo evolvere: “In Verses” si sviluppa infatti lungo coordinate meno immediate dei precedenti prodotti discografici, mettendo al centro un senso di alienazione ormai interiorizzato e una riflessione sulla perdita di significato del linguaggio, delle relazioni e delle strutture sociali.
L’apertura con “Ghost” chiarisce subito l’impostazione lirica dell’album, presentando individui senza volto, verità cancellate e parole ridotte a formule senza contenuto. Sembra quasi che i ‘verses’ citati nel titolo non portino chiarezza ma anestetizzino una realtà descritta come uniforme e statica; una sensazione che ritorna anche in “Drone”, dove l’empatia diventa ostacolo, un elemento destabilizzante in un contesto che premia il controllo e la conformità.
Il tema dell’anestesia emotiva attraversa buona parte della scaletta, trovando una delle sue espressioni più esplicite in “Remote Self Control”, brano che affronta la progressiva delega del pensiero critico e della responsabilità individuale: qui il controllo non è imposto, ma accettato, normalizzato, forse quasi desiderato, creando una sorta di bilanciamento tra consapevolezza e accettazione.
Uno dei momenti più significativi del disco è “Conversations”, incentrato sul rimpianto e sul dialogo mancato: il brano mette in scena una riflessione intima e dolorosa sulle occasioni perse e sull’impossibilità di correggere retroattivamente le proprie scelte, rappresentando uno dei passaggi più maturi e personali dell’intero lavoro.
“Aozora”, dal canto suo, introduce il tema della fuga, intesa non come liberazione definitiva ma come stato irraggiungibile verso cui tendere; questa idea si riflette anche in “Reanimation”, arricchita dalla presenza di Guthrie Govan come ospite. Il suo contributo sorprende, tuttavia, risultando lontano dai virtuosismi per cui il chitarrista britannico è noto, e limitandosi ad un intervento controllato e perfettamente integrato nell’economia del brano.
Particolarmente interessante è anche “All It Takes”, versione rielaborata e rimasterizzata di un vecchio brano dei Karnivool: più che un semplice recupero dal passato, il pezzo assume qui un nuovo peso concettuale, inserendosi con naturalezza nel fil rouge del disco. Il testo – incentrato su cicli di illusione, fede e responsabilità personale – rafforza l’idea di un percorso che guarda indietro senza nostalgia, ma al fine di rileggere temi ricorrenti alla luce di una maggiore consapevolezza.
Dal punto di vista musicale, “In Verses” si muove su territori familiari per chi conosce la band, ma con un approccio più morigerato rispetto al passato: le strutture restano articolate e le dinamiche curate, ma sempre subordinate al lato emotivo dell’album. La produzione, pulita e stratificata, valorizza tanto i pieni quanto i vuoti, contribuendo ad un’atmosfera complessivamente tesa ma al contempo riflessiva.
Nel complesso, “In Verses” si pone come un lavoro adulto e poco accomodante, che evita paragoni diretti con i precedenti “Sound Awake” o “Asymmetry” per affermare una propria identità, nuova e caratteristica.
Non stentiamo a credere che i fan della vecchia guardia potrebbero risultare spaesati davanti a questo lavoro, così come i cosiddetti gatekeeper del metallo più sfegatati potrebbero relegarlo nella sezione ‘non solo metal’. Tuttavia “In Verses” è un album che di cose da dire ne ha, un disco che richiede attenzione e tempo, ma che, come un buon vino, potrebbe rivelare il suo reale valore solo nel lungo periodo.
