KARYN CRISIS’ GOSPEL OF THE WITCHES – Covenant

Pubblicato il 29/10/2019 da
voto
8.0

Chiamatela un po’ come volete – cantante, artista, sensitiva, pittrice, sacerdotessa, curatrice, scrittrice, medium, strega – l’importante è che oggi, in questo autunno di fine 2019, Karyn Crisis sia tornata infine tra noi, con i suoi Gospel Of The Witches e con un nuovo lavoro di superbo occult metal, esoterico, profondo, mistico, lupino, sciamanico e veracemente onesto.
Dopo l’ottimo e apprezzato esordio “Salem’s Wounds”, in cui la prima incarnazione della band aveva esplorato le arcane radici ritrovate di una personalità carica di suggestioni e rivelazioni, con questo seguente “Covenant” Karyn e suo marito Davide Tiso, con il fondamentale apporto del pregevole batterista Fabian Vestod (attivo anche negli Skinlab), si addentrano nel folclore pagano italico, in particolare quello streghesco della zona di Benevento, per proseguire un discorso musicale ed emozionale che difficilmente lascia indifferenti. Soprattutto per noi, che in Italia ci viviamo e ci soffriamo. Lo scavare dei Gospel Of The Witches, all’interno della tradizione dei popoli nostrani, così come nella loro stessa interiorità, è sorprendente per qualità e lucidità, oltre che chiaramente per pura ispirazione. D’altronde stiamo parlando di due musicisti, Tiso e la ex-Crisis, che mai hanno partorito musica banale, mai sono scesi a compromessi che non fossero quelli del venire a patti con se stessi, nel profondo. E quindi ecco “Covenant”, un compendio di dodici tracce al chiaro di Luna, trasportanti in radure nebbiose sulle rive del fiume Sabato, popolate da decine di janare, le streghe tipiche della regione del beneventano, dedite al culto delle dee Iside, Ecate e Diana e pronte ad infierire sulla popolazione terrorizzata.
Rispetto a “Salem’s Wounds”, se da una parte la coerenza, l’approccio musicale ed il nucleo stilistico dei GOTW sono rimasti pressochè immutati, dall’altra parte su “Covenant” sperimentiamo un netto taglio con certe soluzioni ambient e tribali rimaste ferme al disco precedente; l’album risulta infatti più guitar-oriented, con un Tiso sugli scudi, onnipresente e formidabile nel prodursi in un lavoro certosino – compositivo e d’arrangiamento – che dona al mood generale del platter un tono più cupo, ombroso e malinconico, regalandogli particolarissime venature gothic e dark metal che non stonano affatto, anzi. Se l’esordio lo si può considerare una sorta di ‘risveglio dei sensi’, un sabba di riscoperta vero e proprio, la Congrega di “Covenant” propone un buio rituale già fatto e finito, con le janare partite a disperdersi tra i paesini del territorio per diffondere sentimenti anticristiani. Basterebbe ascoltare il singolo “The Hours”, cantilena notturna e terribile incentrata su di un singolo arpeggio risonante, per rendersi conto di ciò.
La voce di Karyn è sempre lei, evocativa e invocativa: finiti i tempi dei cambi di registro in un microsecondo, la vocalist americana pare oggi quieta e riflessiva, a tratti dimessa; ma in realtà il guadagno tecnico in emozionalità ed espressività è impagabile, e vi consigliamo di ascoltarvi bene le sue performance in brani quali l’opener “Womb Of The World” e “Janara”, dove ancora il growl la fa da protagonista decisivo. Il sentirla cantare diversi versi e formule magiche in italiano, oltretutto, ce la fa apparire ancora più vicina e completamente sul pezzo. E’ però sul brano “Drawing Down The Moon” che la band raggiunge il suo apice compositivo, in quella che è, paradossalmente, una canzone atipica per il duo Karyn-Tiso: si tratta infatti di una composizione molto orecchiabile e melodica, melanconica e nostalgica nel suo incedere e che permette un connubio perfetto tra la ferma dolcezza degli intrecci chitarristici, che ondeggiano tra lacrime e ricordi, e il timbro melodioso di Karyn che trova delle linee vocali superbe, probabilmente fra le migliori della sua carriera; fino ad un finale oscuro in cui l’umore si rilassa e si rabbuia, mentre il sussurro che ripete ‘fiume Sabato, Sabato’ accompagna una chiosa di gran classe.
Ci piacerebbe citare un po’ tutti gli episodi di “Covenant”, ma lo troveremmo un esercizio stucchevole; un lavoro compatto, appagante ed atmosferico come questo va ascoltato con attenzione, in silenzio, possibilmente senza fare altro, cercando di immaginarsi scene mai vissute, assaporando l’atro sentore, godendo di una musica ancestrale, senza tempo e, per tale motivo, bellissima.

TRACKLIST

  1. Womb Of The World
  2. Drawing Down The Moon
  3. Stretto Di Barba
  4. Silver Valley
  5. Great Mothers
  6. Benevento
  7. Dea Iside
  8. Janara
  9. The Hours
  10. Diana Mellifica
  11. Circle Of White Light
  12. Blood Of The Mother
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