KARYN CRISIS’ GOSPEL OF THE WITCHES – Salem’s Wounds

Pubblicato il 03/03/2015 da
voto
8.5

“This body is a prison”

E infine, dopo una cospicua manciata d’anni di attesa (non più) vana, l’album cosiddetto solista di Karyn Crisis è finalmente fuori! Non ci speravamo quasi più, a dire il vero, dopo le prime voci riguardanti “Salem’s Wounds” – voci quantomeno all’epoca premature – risalenti addirittura al 2011 o giù di lì. Gli impegni artistici extra-musicali della vocalist ex-Crisis e quelli con la band del marito Davide Tiso, gli Ephel Duath, hanno sempre fatto, per un motivo o per l’altro, ritardare la conclusione dei lavori sull’ambito primo disco dei Gospel Of The Witches, monicker quantomai adatto per identificare con cognizione di causa questa nuova/vecchia creatura musicale. Karyn ha atteso pazientemente il suo tempo, senza forzare i tempi, probabilmente guidata dall’istinto spirituale, esoterico e mistico a cui col tempo l’arrabbiatissima singer si è affidata corpo e mente, in una costante ricerca di benessere personale e consapevolezza. E anche il recente split-up degli Ephel Duath, ora, si riesce a comprendere e capire meglio. E infatti sarebbe sbagliatissimo ridurre il contenuto di “Salem’s Wounds” a un mero sfoggio delle abilità compositive ed interpretative del membro più rappresentativo dei Gospel Of The Witches, in quanto, nonostante la polena di questa nave-fantasma sia certamente la lungocrinita strega, il resto della lignea carena è sorretto e irrobustito da musicisti e songwriter – per usare un eufemismo – coi controcazzi: lo stesso Davide Tiso a chitarre, basso, synth e programming; Charlie Schmid dei Vaura alla batteria; Ross Dolan degli Immolation e Mike Hill dei Tombs alle voci di supporto (growl, ovviamente); come se non bastasse, questa stessa line-up, per le esibizioni dal vivo, si vede raggiunta da Rob Vigna, mastro di chitarra nei succitati Immolation. Una formazione da urlo, praticamente, che affianca e scorta Karyn durante un viaggio lungo poco più di un’ora attraverso un metal poco etichettabile, che sa immancabilmente di Crisis ed Ephel Duath, per forza, ma che è anche tutt’altra cosa, andando a mischiare lo sciamanesimo, il ritualismo, evocazioni tribali, industrial-ambient, doom-core, death metal e atmosfere notturne in un tutt’uno da brividi e attoniti applausi. La stregheria – termine da distaccare dalle più comuni definizioni quali ‘stregoneria’ o ‘religione wicca’ – è un argomento interessante da sviscerare, affondando nella rilettura di questo Vangelo delle Streghe tramite le tredici partiture che compongono “Salem’s Wounds”, la cui prima parte è decisamente più incisiva e ‘regolare’, al contrario di una seconda sezione che alterna brani standard a episodi più orientati verso l’ambient solcato da costanti incroci e sovraincisioni di voci, il vero punto di forza di tutto il lavoro. Karyn, fin dai tempi oscuri dei Crisis, ha sempre abituato molto bene i suoi fan, in grado di apprezzare qualsiasi intonazione prendesse la sua voce, sia avvolgendosi attorno a strutture luminose e angeliche, sia solleticando l’ira di demoni ancestrali e terribili. Ma è ovvio che, in “Salem’s Wounds”, la sua capacità vocale si è ulteriormente arricchita di spessore e sfumature: non troviamo più la Karyn devastante che passava nel giro di mezzo centesimo di secondo da growl profondo a clean purissimo, questo no, o almeno solo in parte; in compenso, però, possiamo ascoltare linee vocali più studiate, più incisive e un lavoro tecnico incredibile, sorretto poi dal supporto di Dolan e Hill quando occorre. Le chitarre di Davide Tiso, all’apparenza e ad ascolti superficiali, sono messe in secondo piano, ma basta fruire di brani quali “Ancient Ways”, “Mother”, “Pillars”, “Aradia” e l’inarrivabile “The Alchemist” per rendersi conto di come questo album risulti completo sotto tutti i punti di vista e non solo l’apoteosi vocale di una cantante in grado di rivaleggiare contro chiunque, uomo o donna, nel metal-biz: ci sono le atmosfere, in “Salem’s Wounds”, ci sono i ritmi ipnotici, i deliri evocativi, le filastrocche rituali, la pesantezza del death e del doom, la dolcezza delle cantilene per bimbi, le melodie acide del noise; e una storia dietro, una colonna di marmo a sorreggerla e, fors’anche, una vita che si vuole raccontare, un corpo nell’atto di liberarsi da catene, un’anima che si fonde in pace. Insomma, un disco potenzialmente perfetto e che ha bisogno di degni ascoltatori per arrivare fin nel profondo e restare lì, come una ninna-nanna finale e definitiva.

“This body is a temple”

TRACKLIST

  1. Omphalos
  2. The Alchemist
  3. Ancient Ways
  4. Aradia
  5. Mother
  6. Father
  7. Goddess Of Light
  8. Howl At The Moon
  9. Pillars
  10. The Secret
  11. Salem's Wounds
  12. The Sword + The Stone
  13. The Ascent
6 commenti
I commenti esprimono il punto di vista e le opinioni del proprio autore e non quelle dei membri dello staff di Metalitalia.com e dei moderatori eccetto i commenti inseriti dagli stessi. L'utente concorda di non inviare messaggi abusivi, osceni, diffamatori, di odio, minatori, sessuali o che possano in altro modo violare qualunque legge applicabile. Inserendo messaggi di questo tipo l'utente verrà immediatamente e permanentemente escluso. L'utente concorda che i moderatori di Metalitalia.com hanno il diritto di rimuovere, modificare, o chiudere argomenti qualora si ritenga necessario. La Redazione di Metalitalia.com invita ad un uso costruttivo dei commenti.