8.5
- Band: KARYN CRISIS' GOSPEL OF THE WITCHES
- Durata: 01:01:26
- Disponibile dal: 09/03/2015
- Etichetta:
- Century Media Records
- Distributore: Universal
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“This body is a prison”
E infine, dopo una cospicua manciata d’anni di attesa (non più) vana, l’album cosiddetto solista di Karyn Crisis è finalmente fuori! Non ci speravamo quasi più, a dire il vero, dopo le prime voci riguardanti “Salem’s Wounds” – voci quantomeno all’epoca premature – risalenti addirittura al 2011 o giù di lì. Gli impegni artistici extra-musicali della vocalist ex-Crisis e quelli con la band del marito Davide Tiso, gli Ephel Duath, hanno sempre fatto, per un motivo o per l’altro, ritardare la conclusione dei lavori sull’ambito primo disco dei Gospel Of The Witches, monicker quantomai adatto per identificare con cognizione di causa questa nuova/vecchia creatura musicale. Karyn ha atteso pazientemente il suo tempo, senza forzare i tempi, probabilmente guidata dall’istinto spirituale, esoterico e mistico a cui col tempo l’arrabbiatissima singer si è affidata corpo e mente, in una costante ricerca di benessere personale e consapevolezza. E anche il recente split-up degli Ephel Duath, ora, si riesce a comprendere e capire meglio. E infatti sarebbe sbagliatissimo ridurre il contenuto di “Salem’s Wounds” a un mero sfoggio delle abilità compositive ed interpretative del membro più rappresentativo dei Gospel Of The Witches, in quanto, nonostante la polena di questa nave-fantasma sia certamente la lungocrinita strega, il resto della lignea carena è sorretto e irrobustito da musicisti e songwriter – per usare un eufemismo – coi controcazzi: lo stesso Davide Tiso a chitarre, basso, synth e programming; Charlie Schmid dei Vaura alla batteria; Ross Dolan degli Immolation e Mike Hill dei Tombs alle voci di supporto (growl, ovviamente); come se non bastasse, questa stessa line-up, per le esibizioni dal vivo, si vede raggiunta da Rob Vigna, mastro di chitarra nei succitati Immolation. Una formazione da urlo, praticamente, che affianca e scorta Karyn durante un viaggio lungo poco più di un’ora attraverso un metal poco etichettabile, che sa immancabilmente di Crisis ed Ephel Duath, per forza, ma che è anche tutt’altra cosa, andando a mischiare lo sciamanesimo, il ritualismo, evocazioni tribali, industrial-ambient, doom-core, death metal e atmosfere notturne in un tutt’uno da brividi e attoniti applausi. La stregheria – termine da distaccare dalle più comuni definizioni quali ‘stregoneria’ o ‘religione wicca’ – è un argomento interessante da sviscerare, affondando nella rilettura di questo Vangelo delle Streghe tramite le tredici partiture che compongono “Salem’s Wounds”, la cui prima parte è decisamente più incisiva e ‘regolare’, al contrario di una seconda sezione che alterna brani standard a episodi più orientati verso l’ambient solcato da costanti incroci e sovraincisioni di voci, il vero punto di forza di tutto il lavoro. Karyn, fin dai tempi oscuri dei Crisis, ha sempre abituato molto bene i suoi fan, in grado di apprezzare qualsiasi intonazione prendesse la sua voce, sia avvolgendosi attorno a strutture luminose e angeliche, sia solleticando l’ira di demoni ancestrali e terribili. Ma è ovvio che, in “Salem’s Wounds”, la sua capacità vocale si è ulteriormente arricchita di spessore e sfumature: non troviamo più la Karyn devastante che passava nel giro di mezzo centesimo di secondo da growl profondo a clean purissimo, questo no, o almeno solo in parte; in compenso, però, possiamo ascoltare linee vocali più studiate, più incisive e un lavoro tecnico incredibile, sorretto poi dal supporto di Dolan e Hill quando occorre. Le chitarre di Davide Tiso, all’apparenza e ad ascolti superficiali, sono messe in secondo piano, ma basta fruire di brani quali “Ancient Ways”, “Mother”, “Pillars”, “Aradia” e l’inarrivabile “The Alchemist” per rendersi conto di come questo album risulti completo sotto tutti i punti di vista e non solo l’apoteosi vocale di una cantante in grado di rivaleggiare contro chiunque, uomo o donna, nel metal-biz: ci sono le atmosfere, in “Salem’s Wounds”, ci sono i ritmi ipnotici, i deliri evocativi, le filastrocche rituali, la pesantezza del death e del doom, la dolcezza delle cantilene per bimbi, le melodie acide del noise; e una storia dietro, una colonna di marmo a sorreggerla e, fors’anche, una vita che si vuole raccontare, un corpo nell’atto di liberarsi da catene, un’anima che si fonde in pace. Insomma, un disco potenzialmente perfetto e che ha bisogno di degni ascoltatori per arrivare fin nel profondo e restare lì, come una ninna-nanna finale e definitiva.
“This body is a temple”
