6.5
- Band: KATE'S ACID
- Durata: 00:37:08
- Disponibile dal: 20/03/2026
- Etichetta:
- High Roller Records
Pensare al Belgio, in ambito metal, fa venire in mente una serie di realtà musicali complesse e diverse fra loro, una scena dove estremo e raffinatezza d’avanguardia si rincorrono di pari passo (Amenra, Oathbreaker, Aborted o Leng Tch’e), ma c’è stato un tempo in cui il Paese della birra e del cioccolato veniva associato ad una versione molto più grezza e primigenia della musica del diavolo.
Se i Killer di Anversa avevano già pubblicato nell’81 l’acerbo “Ready For Hell”, e per il debutto dei Crossfire si dovrà aspettare fino all’84, la punta di diamante di questo triangolo speed metal veniva da Bruges e rispondeva al nome di Acid.
Costoro esordirono con due album nel 1983 (anche se la loro prima demo risale a due anni prima), e anticipando di qualche mese i primi passi di Doro coi i Warlock si presentavano al pubblico metal con una donna al microfono: Kate De Lombaert aveva una presenza scenica impressionante per l’epoca, oltre ad una gran bella voce graffiante e caratteristica. Vestita completamente in pelle, con cintura di proiettili, collant neri e un seducente mantello rosso cantava con il suo timbro caldo e graffiante di mondi infernali, demoni e macchine da corsa, sfidando gli stereotipi di genere in un’epoca dove l’heavy metal era appannaggio di un pubblico prettamente maschile e il termine ‘inclusività’ era ben lontano dall’essere diffuso in tale ambito.
La loro carriera è durata pochi anni, con soli tre lavori in studio di heavy speed metal al vetriolo, ma ciò è bastato a consegnare alla storia un quintetto capace di fomentare l’underground belga con una ricetta semplice quanto efficace, lo testimoniano le numerose ristampe intervenute negli anni a venire.
Se fino a qualche anno fa pensavamo che gli Acid fossero un ricordo lontano, Kate De Lombaert ha sorpreso tutti presentandosi al Keep It True Rising nel 2021 con una sua versione degli Acid, ed il nuovo album che la High Roller ha appena dato alle stampe non tradisce di una virgola le aspettative suscitate dal nome della cantante.
I brani di “Hellbender” seguono le coordinate dei tre lavori degli Acid degli anni Ottanta, senza regalarci nessuna sorpresa o particolari picchi compositivi, ma con tanta attitudine.
Se i primi due iconici lavori sciorinavano uno speed metal ridotto all’osso con arrangiamenti quasi inesistenti, il terzo “The Engine Beast”, pur non rinunciando alla solita formula, offriva degli spunti melodici e un riffing a tratti più cadenzato non estraneo a qualche apertura più orecchiabile (“She Loves You”).
Il nuovo “Hellbender” raccoglie l’eredità del poco citato terzo album degli Acid: sebbene la componente speed metal si annidi in canzoni come la title-track, “Taking Back My Wings”, “Do Not Burn The Witch”, episodi come “Riding Out” e “The Lightning Conductor” presentano soluzioni melodiche più marcate, quest’ultima con addirittura una sezione di chitarre armonizzate durante l’assolo.
I brani, in ogni caso, proseguono senza sconti nel solco della tradizione che Kate e Anvill (lo storico batterista e fondatore) hanno contribuito a diffondere anni orsono, e la voce dell’indomita Kate affronta con dignità guerresca e sfrontata l’intera scaletta senza dar l’impressione di un evidente calo dovuto all’età (e ciò emerge anche dai video diffusi in rete).
La scrittura non è eccezionale, a tratti prevedibile e ‘telefonata’, e se non ci fosse il nome degli Acid, seppur traslitterato nel nuovo moniker, difficilmente un lavoro del genere attirerebbe le attenzioni di un pubblico ormai distratto da decine di pubblicazioni heavy metal alla settimana.
Tuttavia, va detto che “Hellbender” non tradisce lo spirito degli Acid, i quali, pur essendo, a modo loro, dei pionieri di una certa immagine, di capolavori non ne hanno mai scritti.
I musicisti coinvolti, Mathieu Trobec al basso, Gilles Reuse e Andreas Stieglitz alla chitarra, e Bastiaan Andriessen – che rende onore al picchiatore originale degli Acid, Anvill, con un drumming di buon livello – rinvigoriscono lo spirito di un’autentica leggenda di culto dell’underground, ma il songwriting eccessivamente essenziale e privo di guizzi entusiasmanti relega l’opera in un limbo per appassionati e nostalgici, che comunque non potranno che gioire per un ritorno che odora poco di operazione commerciale e sa tanto, invece, di necessità artistica.
Menzione d’onore per la conclusiva “Air Raid”: ci sono voluti più di quarant’anni per sentire Kate De Lombaert cantare una ballad, e la classe e la bravura non le mancano, anzi, sarà il brano più lento e atmosferico, ma la nostra Kate sembra migliorata con il tempo.
