KATLA – Móðurástin

Pubblicato il 14/11/2017 da
voto
8.0
  • Band: KATLA
  • Durata: 00:55:07
  • Disponibile dal: 27/10/2017
  • Etichetta: Prophecy Productions
  • Distributore: Audioglobe

Islanda, un tempo terra isolata, povera, sogno di ghiaccio ed infame fuoco, irrangiungibile e impervia ai più; e oggi, invece, sempre maggiormente all’avanguardia nel mondo e in suoi vari settori, dall’economia alla politica, dal turismo alle incredibili imprese sportive della sua simpatica (e forte) Nazionale di calcio, fino a giungere alla musica e all’heavy metal, al cui interno l’isola di Reykyavyk sta sfornando compagini una più brava e peculiare dell’altra: per citarne tre a caso, lasciateci indicare Solstafir, Skalmold e Agent Fresco. E proprio partendo dai Solstafir, possiamo introdurre questa nuova ed interessantissima realtà, i Katla, che prendono nome da uno dei vulcani più grandi d’Islanda, attivo ma non eruttante da ormai 100 anni. Un duo, questa formazione, che vede alla batteria Gudmundur Oli Palmàson, uscito dai Solstafir in modo per nulla amichevole pochi anni fa, e che ora tenta di prendersi una rivincita indiretta unendo le sue forze al polistrumentista Einar Thorberg Gudmundsson, attivo anche nei Fortid e nei Curse. I due avevano militato per qualche periodo assieme nei blackster Potentiam. Essendo islandesi, come spesso accade, i Katla sono difficili da catalogare, anche se una definizione quale ‘avantgarde post-black metal’ potrebbe dare una buona idea di dove la band tenti di andare a parare. Qualsiasi etichetta o definizione si voglia dare alla sua musica, ad ogni modo, non può prescindere dal fatto che con “Modurastin” i Katla mettano sul banco del fruitore un lavoro encomiabile, ispirato e carico di ramificazioni, che spaziano dal post-rock (di più) al black più ferale (di meno), penetrando in profondo anche in un certo flavour gotico-melanconico-progressivo à la Katatonia/Madder Mortem, in uno stoner psichedelico che odora vagamente di Kylesa e Mastodon (la title-track) e arrivando a lambire chiari rimandi AC/DC nell’esplosiva “Natthagi”. Ovviamente anche i Solstafir, nelle loro varie incarnazioni, affiorano qua e là ascoltando questo debutto, ma i Nostri hanno una loro identità ben precisa ed un’abilità compositiva fors’anche superiore a quella dei connazionali. Il cantato in lingua madre, ormai, non è più un problema da affrontare per le orecchie dell’ascoltatore ignaro: le cadenze del fonema islandese aiutano davvero a concepire linee vocali intrepide, originali, poco sentite prima, utilizzando la voce proprio come uno strumento supplementare, che si lambicca capace tra interventi praticamente a cappella, intonatissimi, grida blackish assassine e toni puliti epici ed evocativi. Una produzione limpida ma rozza, con chitarre belle grasse dove serve e cristalline in fase d’arpeggio, sposta il tiro del disco decisamente verso il metal, lasciando le influenze post-rock a mo’ di miraggio lontano ma presente. L’artwork, nella realizzazione e nell’atmosfera che trasmette, ci ricorda l’angosciante copertina di un altro caposaldo dell’avantgarde metal, “Neonism” dei Solefald, del quale “Modurastin” può ritenersi un meno folle ma degno epigono: la versione rurale e contadina di questa bionda ragazzina spettrale ricorda da vicinissimo il malessere della Gaia-al-neon di ‘solefaldiana’ memoria. Brani di lunga durata – “Hreggur” e “Dulsmal” su tutti, grandioso il crescendo sinfonico della seconda! – reggono la prova del minutaggio alla grande, così come i più immediati episodi della prima parte di tracklist, “Hvila”, la già citata “Natthagi” e la stupenda “Hyldypi”, donano al platter quella presa subitanea e quell’orecchiabilità che, pur in un disco complesso e variopinto come “Modurastin”, sono necessarie come un piatto di pasta al giorno. Assieme a “Trance Of Death” dei Venenum e a “7,83 Hz” dei nostrani Otus, uno dei debut-album migliori dell’anno. Andate e ascoltate.

TRACKLIST

  1. Aska
  2. Hyldýpi
  3. Nátthagi
  4. Hvíla
  5. Hreggur
  6. Móðurástin
  7. Kul
  8. Dulsmál
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