8.0
- Band: KAUAN
- Durata: 00:49:24
- Disponibile dal: 07/11/2025
- Etichetta:
- Artoffact Records
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Quella dei Kauan è una storia che di prevedibile ha veramente poco fin dal principio: la band nasce nel 2005 nel centro della Russia, esattamente nella città di Chelyabinsk, a ben duemila chilometri da Mosca, su iniziativa del cantante e polistrumentista Anton Belov, ma si sposta più volte – prima a Kiev, poi a Tallinn, fino a trovare la sua sede definitiva ad Helsinki – e, nel corso di vent’anni, produce una lunga serie di dischi che attraversano suoni e generi musicali, tra doom metal, folk, post-rock, post-metal e qualche sprazzo di black metal, utilizzando, da un certo punto in poi, la lingua finlandese, ritenuta essere la più adatta per percepire la voce umana come se fosse uno strumento.
Gemme quali “Sorni Nai” e “Pirut” avevano impressionato per la capacità di tradurre le storie raccontate in note, con vivida lucidità e con una ricchezza dal punto di vista compositivo che sembrava unica, mentre il recente “Ice Fleet” si contraddistingueva per i suoni scarni, la produzione grezza e l’insistenza sul lato più ‘post-‘ della band, lasciando perplessi molti dei seguaci della prima ora per quella che sembrava un’eccessiva semplificazione.
Il nuovo disco, “Wayhome”, arriva dopo quattro anni di un’attesa spezzata solamente dalla pubblicazione di “ATM Revised” (versione completamente ri-registrata e rimasterizzata di “Aava Tuulen Maa”), e si dimostra lontano dal suo predecessore con approccio generale di tipo ambient, nonostante la presenza di momenti doom metal e black metal atmosferico: non c’è mai una ricerca dell’opulenza del passato, ma una malinconia di fondo come filo conduttore, espressa con tonalità e suoni freddi.
Le liriche, ridotte all’osso, sono sempre in finlandese, anche se l’inglese è utilizzato per i titoli dei brani, tutti composti da un abbinamento di parole che sembrerebbero accennare ad una narrazione incentrata sui viaggi, quelli reali ma anche quelli mentali: un percorso che parte con energia e che, con il dipanarsi dell’album, si perde nella spossatezza di chi è lontano da casa da anni.
“aim / decide”, il brano strumentale d’apertura con cui si annuncia la decisione di partire, gioca sui toni puliti delle chitarre, con l’intervento nei violini nel finale a suggerire qualche insidia nascosta, mentre già con la successiva “outline / pave” si aggiungono strati, con sonorità che ricordano i God Is An Astronaut. “leave / let go” tocca l’apice di angoscia, grazie all’alternanza tra growl e voce pulita e ai riff più graffianti del disco, in netta contrapposizione con le distese trame ‘floydiane’ di “depart / dive”, fino alla chiusura puramente post-rock di “arrive / resolve”, cupa e malinconica.
La sensazione, arrivati alla fine del disco, è quella di aver percorso un itinerario faticoso, iniziato con l’entusiasmo di chi vuole vivere una nuova avventura e concluso con difficoltà, stremati ma non sconfitti, accompagnati da un crescendo che va dalle luminose melodie dei primi brani fino ai toni oscuri del finale.
“Wayhome” conferma come i Kauan siano maestri nello scrivere musica con una forte intensità emotiva, variando la proposta ad ogni uscita senza perdere mai di vigore, e ribadisce quanto Belov sia un compositore sottovalutato, inferiore a pochi altri quando si tratta di dare vita alla disperazione più cupa.
